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  1. Tommaso ha detto:

    Buona, giuridicamente parlando, la spiegazioenche che dai dell’ “incostituzionalità” della legge 92/2008: in effetti la legge aveva suscitato forti critiche (senza tener conto delle posizioni ideologiche) sotto l’aspetto puramente costituzionale, oltre che dell’effettiva efficacia della stessa.
    Il problema di fondo, comunque, è proprio quello che esponi alla fine del pezzo: e cioè che esso è culturale: la fobia dell’immigrato (come di qualciasi cosa) deriva dalla paura (vera o, per buona parte, presunta), e essa è un sentimento che nasce col tempo dentro di noi (non credo sia innato) e che viene coltivato dal nostro contorno “culturale” (usiamo qusta parola molto generica).
    Se le strade sono mal frequentate a tal punto che dalle 8 di sera in certe zone c’è il coprifuoco (a Genova certe zone dei vicoli sono così), la risposta istintiva è quella di chiudersi in casa e che ci pensino le ronde o chi per esse. Ma come ricordi giustamente, forse sarebbe meglio riempirle, quelle strade, con momenti di condivisione sociale, spettacoli, musei aperti di notte…..ce ne sarebbero di iniziative.
    Ma questo è più difficile, e per una classe politica che “non guarda alle prossime generazioni, ma alle prossime elezioni”, e forse impossibile.
    Bel pezzo Fiore, brava!!

  2. Vexata Quaestio ha detto:

    Intanto mi scuso per aver risposto così in ritardo. Poi ti ringrazio per le tue osservazioni e i complimenti che mi hai rivolto, ma non credo di meritare così tanto. Gran parte dei nostri problemi nascono dalla paura, un sentimento che io credo possa aumentare ed alimentarsi col tempo, ma che inevitabilmente è innato nell’uomo, ed è comunque importante perché aiuta l’essere umano a preservarsi. Drammatico quando questo sentimento prevale, soprattutto su tutti gli altri aspetti che caratterizzano l’uomo. L’unico modo per vincerlo è la solidarietà e mi piace il tuo riferimento alle strade da riempire, organizzando attività: hai ragione, la cittadinanza dovrebbe partecipare, essere viva(ricordando certo che i problemi legati alla criminalità non potranno mai essere estirpati del tutto, ma sicuramente realizzando nuovamente dei legami sociali, possiamo migliorare la nostra convivenza).

  3. redpoz ha detto:

    articolo che parte da lontano, quindi è bene seguirne in profondità le linee direttrici:
    innanzitutto, la questione della “diffidenza” con la quale affrontiamo gli altri nella società può, a mio avviso, ricongiungersi ad un effetto tipico della modernità: l’autonomizzazione degli individui dagli standard sociali e comportamentali precedenti ha aumentato il rischio di “frustrazioni” (per riprendere Luhmann) nelle nostre aspettative sociali, e con esse potenzialmente la litigiosità.
    Non a caso Hobbes è considerato fra i primi autori veramente moderni…
    La riflessione del filosofo è teoricamente indiscussa (penso a Weber), ma parrebbe anche di fatto in crisi: la crescita di relazioni interculturali anche all’interno dei singoli Stati riduce la valenza delle norme, e per effetto di essa, l’efficacia dello Stato nel reprimerne le violazioni e garantire la coesistenza civile (vedasi Böckenförde).
    Com’è stato scritto, la questione della sicurezza assume sempre più una valenza “propagandistica” ed è usata a fini elettorali, più che propriamente politici: il dato rilevato dall’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza nel 2010 è sconcertante: i TG italiani dedicano ai fatti criminali un numero di notizie ed un tempo eccezionalmente superiore rispetto ad altri canali televisivi europei.

    Concordo sui rilievi di incostituzionalità del decreto, soprattutto il riferimento all’art. 25 Cost che mi pare palesemente violato (come già si fece con la riforma della recidiva…).
    La chiusura verso l’altro è un riflesso della mancanza di sicurezze: secondo Tiziano Treu non si può porre l’individuo di fronte a troppe incertezze, senza che questo reagisca negativamente. Quindi, per quanto spiacevole, è del tutto comprensibile in un momento di crisi economica come quello attuale.
    Lo stesso Treu, in ambito economico, proponeva una rivalutazione della cooperazione sociale, che potrebbe essere una valida soluzione anche per la sicurezza: creando legami sociali, si riduce la diffidenza ed accresce la solidarietà.
    In fin dei conti è quanto sosteneva già Hannah Arendt (in “Vita Activa”) scrivendo che si deve recuperare un senso di polis (di comunità) tramite l’agire-che per la filosofa è per definizione il dialogare.
    Non a caso, estremizzando, diversi storici e politologi (Semelin, Browning) descrivono come anche i carnefici (nazisti, croati…) non riuscissero più ad uccidere le loro vittime dopo essere entrati in dialogo con loro.

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