Che cosa significa cultura?

Il linguaggio piatto e avariato della comunicazione di massa ci propone con frequenza espressioni in cui compare il termine cultura : i “tagli alla cultura”, “bisogna scommettere sulla cultura!” o anche “con la cultura non si mangia”…  L’uso della parola evoca per lo più immagini grigie e stanche: schiere di libri pesanti e ingialliti, sale da concerto affollate da boriosi radical-chic, o, nei momenti più caritatevoli, ingenui professori che si ostinano a credere che l’insegnamento abbia ancora un valore. Anche chi perora la causa della cultura, all’interno del dibattito pubblico, quando annuncia con foga (giustificata): “c’è bisogno di cultura!” sembra ricadere in un uso del termine succube del main-stream mass-mediatico. Difficile togliere a questa parola la patina di grigiore e superfluità che vi aleggia intorno, e convincersi che “fare cultura” significhi qualcosa di più che dedicarsi ad attività accessorie (se non dannose!), alla vita umana.

Un aiuto insperato, in questa situazione, può arrivare, forse, dalla filosofia: ebbene sì, proprio dalla disciplina che massimamente incarna quei caratteri di inutilità, di lontananza siderale dalla praticità che così spesso vengono rimproverati alla cultura. La filosofia, infatti, come insegna Platone, nasce dalla meraviglia: dalla capacità di stupirsi di fronte al mondo e, perciò, di interrogarsi su di esso, di metterne in dubbio il senso senza prendere nulla per scontato.

Se ci accostiamo con uno sguardo filosofico, cioè interrogante, al termine cultura, ci rendiamo subito conto che la parola, apparentemente semplice, nasconde una complessità difficile da sciogliere. Secondo il senso comune, al termine cultura si oppone quello di natura: i confini semantici dell’una dovrebbero quindi delimitare i confini dell’altra. Ma a partire da quando un’attività o un evento hanno caratteri prettamente culturali?

Se cerchiamo l’etimologia del termine, scopriamo che esso deriva dal latino colere, “coltivare”: la cultura sembra quindi strettamente apparentata con l’attività della coltivazione, con il lavoro che trasforma la terra per soddisfare i bisogni umani. La parola affonda quindi le proprie radici in un processo che vede l’uomo in un rapporto di scambio, di reciprocità con la natura. Possiamo dire che la cultura nasca con l’uomo, sin dal momento in cui egli, non attrezzato per natura ad affrontare i rischi che da ogni parte lo circondavano, ha dovuto elaborare una strategia che gli consentisse di rapportarsi alla natura in modo mediato: non con zanne e artigli, ma con frecce e lance. Oltre a tecniche basilari per la soddisfazione dei bisogni primari (caccia, pesca, coltivazione), un’altra via percorsa dall’uomo per padroneggiare ciò che lo circonda è stata il linguaggio. La parola, all’inizio soprattutto la parola mitica, ha infatti il potere di creare una distanza tra sé e le cose, ha il potere per così dire di addomesticare il mondo e renderlo disponibile: da qui la scrittura, le grandi narrazioni mitiche e religiose, e così via fino alla filosofia e alla scienza..

La cultura è quindi per l’uomo una vera e propria seconda natura, una sorta di corazza protettiva che lo circonda in ogni suo passo, e di cui sin dalla nascita entra a far parte proprio in quanto uomo. Tuttavia, possiamo anche fare un passo oltre e chiederci se la cultura sia qualcosa di più che una funzione che aiuti l’uomo a fornire risposte adeguate agli stimoli dell’esterno, assolvendo alle sue mancanze naturali.

Uno spunto interessante per procedere nella nostra rapidissima analisi del concetto ci viene dalla lingua tedesca, nella quale il termine cultura può essere espresso con due diversi termini: kultur e bildung. È in particolare il secondo che qui ci interessa. Esso infatti ha una ricchezza semantica intraducibile in italiano, in quanto contiene al suo interno la parola bild, immagine. L’origine del termine bildung è riscontrabile, non a caso, nella mistica medievale, e sta ad indicare la concezione dell’uomo come imago dei, creato ad immagine e somigilianza di Dio. Il termine bildung, in seguito, (a partire da Herder) è stato impiegato per indicare il processo di coltivazione delle proprie facoltà fino a portarle a compimento, alla loro pienezza, consentendo così di accostarsi alla perfezione divina.

La migliore trascrizione su un piano filosofico di cosa sia il processo della cultura, nel senso profondo di bildung, crediamo si trovi descritta nel capolavoro di Hegel,la Fenomenologia dello Spirito. L’opera descrive le travagliate tappe che conducono lo Spirito a venire a coscienza di se stesso in quanto conciliazione di reale e ideale, di vita e pensiero. Il cammino dello spirito avviene a partire dalla lacerazione, dal travaglio del negativo: il soggetto si trova sempre opposto ad un oggetto che avverte come un’alterità insopprimibile, scissa da sé. Il lavoro dello spirito sta nel tentativo di ricomporre la frattura, di ristabilire un’unità tra i due poli. L’oggetto viene ricondotto a sé dal soggetto in quanto riconosciuto come altro soggetto, e quindi parte della stessa sostanza spirituale. Ma ogni nuovo stadio di autocoscienza raggiunto dal soggetto trova nuove alterità che gli si oppongono come estranee, il che rende il compito dello spirito pressoché infinito.

Hegel mette in luce come il lavoro proprio dell’autentica cultura, sia quello del servo nei confronti del padrone, sia quello teoretico (la filosofica fatica del concetto),  siano tali nel momento in cui il particolare venga elevato ad universale. L’universalità è infatti ciò che contraddistingue la cultura spirituale, in quanto punto di incontro possibile tra diverse particolarità. È necessario perciò, per superare il negativo, un sacrificio del particolare, ad esempio delle inclinazioni individuali, a favore dell’universale. L’universalità così raggiunta sarà un’universalità viva e concreta in cui nulla di ciò che è avvenuto per ottenere il risultato andrà perduto, ma sarà conservato e custodito nel ricordo dello spirito stesso.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Barbara vannucchi ha detto:

    Kultur, Bildung, Humanität, Zivilisation… la lingua tedesca (e i filosofi germanofoni) aiutano a districarsi nel labirinto. E a far cultura… ciao a tutti!

  2. redpoz ha detto:

    mi è sembrata molto corretta la definizione di cultura come “seconda natura”, di fatti la cultura è un contesto di interpretazioni, valori, tradizioni, simboli che impieghiamo (in relazione alla “prima natura”) per orientarci nel mondo.
    bella anche la riflessione sul tedesco Bildung, anche se mi fa sorridere il pensiero che la Bild (Zeitung) faccia cultura…. tuttavia Bildung in tedesco, se ben ricordo, è impiegato soprattutto per dire “formazione”, quindi in contesto generale mi parebbe più corretto impiegare il concetto di “Kultur”.
    mi sfugge comunque l’interpretazione di Hegel (che non conosco, aldilà dei risalenti studi al liceo)… posso accettarla, se ho ben compreso, nel senso che la cultura è una sorta di “sovrastruttura” generale, che trascende quindi l’individuo (oserei dire che non esiste una cultura individuale), ed i cui significati, simboli ed interpretazioni sono definiti solo nella partecipazione collettiva.

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