Schiller, l’ingenuo sentimentale

Friedrich Schiller, nelle sue Lettere sull’educazione estetica dell’uomo (pubblicate nel 1795), sostiene la necessità di un’educazione estetica come antidoto alla frammentazione e alla lacerazione della propria epoca. Siamo all’alba dell’età moderna, nel cuore di una transizione storica segnata da trasformazioni epocali, per comprendere le quali bisognava elaborare un nuovo linguaggio e una nuova visione del mondo. Le istanze emancipative proprie della Rivoluzione francese, per quanto irreversibili e fondate, hanno lasciato, secondo la diagnosi di Schiller, una profonda ferita nell’umanità. L’uomo moderno soffre perché è vittima di una scissione tra impulso sensibile, orientato alla vita e al movimento, e impulso formale, orientato all’universalità della ragione e della libertà.

Schiller, appassionato lettore della Critica del Giudizio kantiana,  individua nella bellezza il luogo in cui poter ricomporre armonicamente questa frattura tra sensibilità e ragione. Grazie alla bellezza, libertà e sensibilità si incontrano, il piacere e la legge morale non sono più in contrasto. A partire dalla coltivazione dell’impulso estetico al gioco prende corpo l’utopia di un’umanità riconciliata. Schiller arriva a sostenere che “l’uomo gioca soltanto se è uomo nel pieno significato della parola ed è completamente uomo soltanto se gioca”[1].

Il contributo più innovativo fornito da Schiller è forse da ricercare, più che nella sua idea di educazione estetica dell’uomo, nell’esigenza che lo spinse ad elaborarla: l’esigenza cioè di far fronte alla scissione che caratterizza l’uomo nella società a lui contemporanea[2]. Tale assunto apre infatti la possibilità di concepire filosoficamente la storia con uno sguardo non più rivolto esclusivamente al futuro, come nella visione kantiana, ma anche al passato, e alla problematica distanza che da esso ci separa.

Per saggiare la bontà di una simile ipotesi interpretativa occorre focalizzarsi sul saggio di Schiller Sulla poesia ingenua e sentimentale del 1796. Si tratta di un’opera dal contenuto apparentemente semplice, ma che in realtà nasconde ambiguità e problemi di difficile risoluzione.

Lo scritto schilleriano sull’ingenuo e il sentimentale ha attirato, fra gli altri, l’attenzione critica di Peter Szondi, che gli dedicò sia numerose lezioni[3], sia un saggio, L’ingenuo è il sentimentale.[4] Quest’ultimo testo, in particolare, è un tentativo di stabilire se le categorie di “ingenuo” e “sentimentale” siano poetologiche  e psicologiche o abbiano anche una valenza storica e storico-filosofica. Se l’ipotesi interpretativa corretta fosse la seconda, i due concetti anticiperebbero la storicizzazione della poetica e la distinzione tra “classico” e “romantico” come modi di fare arte relativi a epoche distinte e separate da uno iato incolmabile, introdotta per la prima volta da Friedrich Schlegel nel saggio Sullo studio della poesia greca del 1797.

Per tentare di risolvere la questione, Szondi ricorda una vicenda biografica che influì sulla composizione del saggio di Schiller, e cioè l’intenso confronto teorico e umano che l’autore ebbe con Goethe. All’interno del fitto carteggio che i due intrattennero negli anni precedenti la stesura del saggio sull’ingenuo e il sentimentale, si avverte l’esigenza, da parte di Schiller, di distinguere il proprio modo di fare poesia, ispirato alla libertà e all’autonomia del pensiero (modo che poi definirà “sentimentale”), da quello di Goethe, che evidenziava una continuità tra la natura e il suo genio creatore (che poi diverrà l’”ingenuo”). Questo confronto costituisce senza dubbio uno spunto decisivo per l’elaborazione delle due categorie. Se le cose stanno così, è evidente che ingenuo e sentimentale non designano due epoche differenti, ma due modi di fare poesia che si ritrovano nella stessa epoca, come nel caso degli stessi Schiller e Goethe. Szondi riporta un brano della lettera che Schiller indirizzò a Goethe il 23 agosto 1794, in occasione del suo compleanno. Nella lettera, Schiller descrive il percorso umano e artistico di Goethe come il cammino di uno spirito di indole greca, ma nato tedesco, e che perciò non ha avuto altra scelta che  “ricrearsi per così dire una Grecia dalle sue viscere per vie razionali”, dovendo convertire la sua intuizione originaria in concetti ed astrazione. In seguito, poiché lo spirito non può creare attraverso l’astrazione, egli ha dovuto “nuovamente convertire i concetti in intuizioni ei pensieri in sentimenti, perché solo per mezzo di questi il genio può creare”[5]. In altre parole, l’itinerario goethiano, così come Schiller lo descrive nella lettera di compleanno, sembra sentimentale almeno tanto quanto ingenuo: solo grazie allo sforzo razionale di ricostruzione dell’ideale classico “dalle proprie viscere” l’artista può attingere alla forza creatrice intuitiva e “ingenua”.

Nel saggio Sulla poesia ingenua e sentimentale, inoltre, le due categorie non hanno un significato univoco, ma assumono sfumature diverse e talvolta contraddittorie. Così, se il poeta ingenuo in alcuni passi dell’opera (in particolare quando Schiller presenta i due modi di fare poesia come antitetici) è identificato con la natura stessa (la sua poesia è “un dono della natura”, “la riflessione non vi ha parte alcuna”[6]; altrove l’ingenuo sembra sorgere laddove una riflessione ha luogo, ma è poi rovesciata di nuovo in natura, (ad esempio quando in apertura al saggio troviamo che l’ingenuo si manifesta a condizione che “la natura stia in contrasto con l’arte e la vinca”[7], o ancora,  Schiller definisce l’ingenuo come “una fanciullezza che si manifesta laddove non sia più attesa”[8]).

Un’ulteriore contraddizione insita nel testo riguarda il concetto stesso di natura, nei confronti del quale si avverte un atteggiamento di ambigua oscillazione. I poeti ingenui, come Goethe, sono quelli secondo Schiller davvero geniali, proprio perché più vicini alla natura (“ogni vero genio deve essere ingenuo, oppure non è tale”[9]); allo stesso modo, il mondo greco viene contrapposto al moderno e giudicato migliore perché “presso di loro la cultura non degenerò al punto di far abbandonare per essa la natura”[10]. Tuttavia, i passi in cui Schiller sancisce, in contrapposizione a Rousseau, l’impossibilità di un ritorno immediato alla natura pura e incorrotta, sono quelli in cui la voce dell’autore sembra emergere con maggiore vigore e profondità argomentativa. Nel saggio troviamo infatti un appello rivolto ai nostalgici dell’innocenza perduta, che diventa una vera e propria apologia della libertà: Schiller invita a sottomettersi “alle disgrazie della cultura con libera rassegnazione”, e a non rimpiangere “quella natura che tu invidi all’essere non razionale” perché “non è degna di nostalgia né di rispetto.  Essa sta dietro di te e dietro di te deve stare in eterno”[11]. La natura è sì “ciò che noi dovremo tornare ad essere”, ma solo “attraverso la via della ragione e della libertà”: un percorso di avvicinamento progressivo la cui meta, definita da Schiller “l’ideale”, è precisamente la riconciliazione di arte e natura[12].

Già questa breve rassegna è forse sufficiente a mettere in luce le ambiguità irriducibili del testo schilleriano, attraversato da tensioni contraddittorie riguardo la messa a fuoco del concetto di “natura”, il rapporto che intercorre tra antichi e moderni, e la definizione stessa delle due categorie di ingenuo e sentimentale. Tali contraddizioni sono anzi così evidenti da indurre a credere che il saggio sia stato scritto in preda ad una certa confusione concettuale. Risulta molto difficile, quindi, rispondere in modo definitivo e inequivocabile all’interrogativo se le categorie di ingenuo e sentimentale abbiano una valenza storico-filosofica o meno. Sembra più plausibile pensare che l’idea di un storicizzazione delle poetiche sia stata introdotta da Schiller in modo solo parziale, non pienamente consapevole, e forse per questo un po’ confusa; per trovare il compimento di tale processo occorre invece rivolgersi alle formulazioni successive degli Schlegel o di Holderlin.

L’irriducibile ambiguità di un testo, come sostiene Szondi, non costituisce però necessariamente una sua debolezza. Può diventare anzi una proficua occasione ermeneutica: non tanto per risolvere arbitrariamente le contraddizioni in esso presenti, quanto perché le ambiguità di un testo possono stimolare ad interrogarsi geneticamente sui motivi che fanno sì che tali nodi restino insoluti. Ciò significa attenersi al principio che “il saggio non è un sistema di enunciati che conseguono l’uno dall’altro senza contraddizioni tra loro, ma è invece il documento di un work in progress gnoseologico”[13]. In altre parole, il testo di Schiller è un documento prezioso proprio per la sua intima contraddittorietà. Le aporie concettuali dell’opera ci testimoniano tutto lo sforzo e le difficoltà vissuti dalla cultura dell’epoca, nel tentativo di interpretare il proprio tempo, esso stesso ambiguo e contraddittorio.

Alcune delle contraddizioni presenti nel saggio Sulla poesia ingenua e sentimentale ci possono fornire indicazioni preziose sugli sviluppi successivi del pensiero. Szondi richiama l’attenzione su un passo che Schiller, quasi con cattiva coscienza, ha relegato in una nota a margine delle pagine conclusive del saggio.

Esso recita:

Per il lettore che esamini le cose scientificamente noto che i due modi di sentire [l’ingenuo e il sentimentale], se considerati nel loro concetto più alto, si comportano tra loro come la prima e la terza categoria, giacchè quest’ultima nasce sempre dalla sintesi della prima con il suo opposto. L’opposto del sentimento ingenuo è infatti l’intelletto che riflette e lo stato d’animo sentimentale è il risultato dello sforzo di ristabilire il sentimento ingenuo nel suo contenuto anche nelle condizioni della riflessione. Questo si attuerebbe attraverso il compimento dell’ideale in cui l’arte incontra nuovamente la natura. Se si esaminano attentamente questi tre concetti secondo le categorie, troveremo sempre la natura e lo stato d’animo corrispondente nella prima categoria; l’arte, in quanto abolizione della natura grazie all’intelletto nella sua libera azione, nella seconda; l’ideale infine, in cui l’arte compiuta ritorna alla natura, nella terza.[14] 

Ora, la problematicità del passo sta nell’essere l’unico luogo di tutto il saggio in cui il sentimentale non costituisce l’antitesi dell’ingenuo (ruolo qui svolto dall’intelletto riflettente), ma è posto come sintesi, come terzo momento categoriale che ricomprende in sé gli altri due. Il sentimentale quindi non sarebbe altro che l’ingenuo, diventato tale grazie al superamento della riflessione. Szondi invita a leggere la nota alla luce del passo kantiano della Critica della ragion pura a cui esso fa riferimento[15]. In tale passo, aggiunto nella seconda edizione dell’opera, Kant commenta la tavola delle categorie sottolineando come esse si diano per ogni classe sempre in forma triadica, e in modo tale che “la terza categoria nasce in ogni caso dall’unione della seconda con la prima della sua classe.” La scoperta della triadicità delle categorie conduce Kant alle soglie della dialettica hegeliana: tuttavia la sua analitica trascendentale, che si sottrae alla storia e all’esperienza, non ammette la possibilità di un esito dialettico (Kant non mancò però di commentare che questa forma triadica “induce a riflettere, perché per solito ogni ripartizione a priori per mezzo di concetti deve essere per forza una dicotomia”).

Schiller invece, in questa nota, spiega il movimento dall’ingenuo alla riflessione, e quindi al sentimentale-ideale, come un vero e proprio movimento dialettico, un processo reale, che si realizza storicamente. Ma a ben vedere, egli non fece altro che trasporre il cammino dello spirito di Goethe, così come lo aveva delineato nella lettera di compleanno, nel linguaggio scientifico delle categorie kantiane. La sintesi propria del sentimentale, che vede in sé riunito l’ingenuo al riflessivo, ricorda infatti la descrizione dell’itinerario goethiano, come procedere dall’intuizione al concetto, e poi di nuovo all’intuizione.

Secondo questa particolare formulazione schilleriana, riscontrabile solo in questa nota definita “scientifica”, ma forse proprio per questo rivelatrice, Goethe sarebbe quindi da considerare un poeta sentimentale, proprio in quanto ingenuo. Siamo di fronte ad uno Schiller che sembra paradossalmente riavvicinare se stesso a Goethe, in quanto entrambi, in definitiva, si troverebbero ad essere poeti sentimentali. Ma troviamo così riuniti anche i due grandi interlocutori con cui Schiller si confrontò per tutta la vita: lo stesso Goethe, appunto, e Kant. Fu infatti, almeno in parte, la contemplazione dello spirito di Goethe a fornire a Schiller lo spunto per mettere in moto la triadicità delle categorie kantiane e immergerle nella storia, anticipando così, almeno in questa nota, la successiva speculazione hegeliana.


[1] F. Schiller, L’educazione estetica dell’uomo (1795), tr. It. di Guido Boffi, Bompiani, Milano 2007, p. 141 (Lettera XV).

[2] Sulla percezione della modernità, da parte di Schiller, come un’epoca bisognosa di rinnovamento spirituale, cfr ivi, Lettera V, p. 57-61.

[3] Cfr in particolare le lezioni nona e decima del corso su Antico e moderno nell’estetica dell’età di Goethe, pubblicato in P. Szondi, Poetica e filosofia della storia, a cura di R. Gilodi e F. Vercellone, Einaudi, Torino 2001.

[4] In P. Szondi, Poetica dell’idealismo tedesco, tr. It. di R. Buzzo Margari, Einaudi, Torino 1974.

[5] Cit. in ivi, p. 55-56.

[6] F. Schiller, Sulla poesia ingenua e sentimentale (1796), tr. It. di Elio Franzini e Walter Scotti, SE, Milano 2005, p. 79.

[7] Ivi, p. 12.

[8] Ivi, p. 17.

[9] Ivi, p. 22.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 27.

[12] Cfr ivi, p. 39.

[13] P. Szondi, L’ingenuo è il sentimentale, cit., p. 79.

[14] F. Schiller, Sulla poesia ingenua e sentimentale, cit., p. 77.

[15] Cfr. I. Kant, Critica della ragion pura (1781), tr. It. di G. Gentile e G. Lombardo Radice, Laterza, Roma-Bari 2005 (1909/10), p. 99.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Barbara vannucchi ha detto:

    bello, Luca!

  2. annalisabocchetti ha detto:

    Grazie per questo scritto.
    Tuttavia vorrei chiederti perchè il genio di Goethe non può costituire un modello e se alla fine si ricollega più a Kant che a Goethe, ammettendo la superiorità della ragione…

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