La giustizia da un’altra visuale

La riforma della giustizia, il cavallo di battaglia di Angelino Alfano, così “di battaglia” che si è persa nei corridoi del Parlamento, anzi per la precisione deve essere finita in qualche cassetto della Camera, dove è attualmente pendente. Tuttavia non voglio soffermarmi troppo su questo disegno di legge di revisione costituzionale, di cui si possono trovare centinaia di commenti sul web. Focalizzerò l’attenzione su alcuni aspetti che lasciano perplessi, per poi poter individuare i veri ambiti in cui si deve intervenire con una riforma seria.

Indubbiamente il punto nodale è rappresentato dalla separazione delle carriere, cioè la separazione del pubblico ministero dal giudice: viene realizzata a trecentosessanta gradi: non soltanto concorsi separati, ma si prevede l’istituzione di un doppio Csm, quello della magistratura giudicante (art. 6 del d.d.l.) e quello della magistratura requirente (art. 7 del d.d.l.). La posizione che oggi è riconosciuta al pubblico ministero, all’interno della Costituzione, è di garanzia: funzionale alla sua indipendenza: per questo motivo è vicino alla figura del giudice. Allontanandolo, l’obiettivo, non troppo celato, è quello di indebolirlo (se non di subordinarlo agli altri poteri dello Stato). Quest’ultimo punto forse è maggiormente ravvisabile in altri passaggi della legge, a mio parere più preoccupanti della separazione: l’art. 15 prevede la modifica dell’art. 112 della Costituzione, che così recita: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”, trasformandolo in “L’ufficio del pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale secondo i criteri stabiliti dalla legge”.

La difficoltà dell’obbligo dell’azione penale è una questione molto spinosa, perché le Procure obiettivamente non riescono a dar seguito a tutte le notizie di reato, per cui i procuratori devono fare delle scelte: devono scegliere quali reati perseguire. Da tempo si discute quindi su quali criteri adottare, sia per evitare un’eccessiva discrezionalità dei singoli magistrati sia per uniformare i vari uffici. Ecco però che dare al legislatore questo compito lascia un po’ perplessi, se non altro perché fa sorgere almeno il sospetto che se sarà il Parlamento a stabilire i reati di cui la magistratura si dovrà occupare, il pericolo è che escluda proprio alcuni illeciti penali che non “fanno comodo” alla politica. È facile constatare come, purtroppo, si sprechino energie nell’intervenire sulla separazione delle carriere, tralasciando le vere problematiche dell’ordinamento giudiziario e confondendo “due piani che hanno ben pochi punti di contatto, quello della riforma della giustizia, e quello, ben diverso, della riforma dei giudici” – come scritto in un comunicato di Magistratura Democratica.

Il primo grande ostacolo si incontra all’interno della giustizia civile italiana, che, con la sua lentezza e farraginosità, comporta una denegata giustizia nei confronti dei cittadini, che si trovano a non vedere soddisfatte le proprie pretese. Non solo. La giustizia civile viene valutata come indicatore economico: gli investimenti non si fanno perché gli investitori hanno chiaramente paura di perdere ciò che hanno investito. Ma come mai nel civile c’è questo stallo? É vero che i magistrati sono dei “fannulloni”, come si è soliti etichettarli? E qui, permettetemi di aprire una parentesi, che sarà forse lunga, ma è necessaria. L’assidua denigrazione e i ripetuti attacchi rivolti nei confronti della magistratura hanno come risultato solo quello di intaccarne l’immagine e diminuire drasticamente la fiducia che i cittadini dovrebbero nutrire nei loro confronti, oltre che risultare infondati e gratuiti nella maggioranza dei casi.

Il Cepej (commissione interna all’Unione Europea atta a monitorare il funzionamento della giustizia negli Stati membri) ha condotto uno studio sull’organizzazione giudiziaria italiana. Quello che è emerso è che i nostri giudici hanno a che fare con un contenzioso civile che non ha pari in Europa (circa 4809 procedimenti ogni 100000 abitanti), quindi un carico di lavoro sconosciuto all’estero, che tuttavia si impegnano a smaltire, con circa 4516 procedimenti definiti ogni anno. La giustizia è lenta, anche se non più lenta di Francia o Spagna, ma non viene certo agevolata una sua maggiore efficienza (vorrei anche ricordare che nonostante lavorino di più, i magistrati italiani, per il loro stipendio, si collocano al 18° posto tra i paesi europei, senza alcun tipo di privilegio, come pensioni speciali, assicurazioni sanitarie, ecc…, di cui invece godono alcuni colleghi europei).

In Italia quindi si va davanti al giudice molto più che altrove, e per diminuire questo inconveniente si prospetta l’esigenza di sanzionare chi abusa del processo. Alcuni docenti di procedura civile evidenziano come sia opportuno utilizzare istituti che diminuiscano il ricorso al giudice: da noi esiste “la lite temeraria” (art. 96 c.p.c.) volta a punire chi agisce in giudizio per un diritto inesistente. Tuttavia nel nostro ordinamento è richiesta la colpevolezza, ossia devono essere ravvisati o la colpa o il dolo, mentre negli altri paesi esiste un’imputazione di tipo obiettivo e molto più severa.

Un’altra piccola soluzione potrebbe essere delineata da un crescente ricorso al giudice di pace, cioè alla magistratura onoraria (diversa dalla magistratura ordinaria, i giudici onorari non hanno infatti un concorso); poiché spesso si agisce in giudizio per controversie “bagatellari”, di cui si occupa e si potrebbe occupare in modo ancora più ampio proprio il giudice di pace, sarebbe perciò opportuno aumentarne le competenze, in modo da smaltire il carico di lavoro in capo agli altri giudici. Nondimeno una causa dell’enorme arretrato e della lentezza dei processi è dovuta al numero di magistrati: ogni tribunale per poter funzionare avrebbe bisogno dai 20 ai 40 giudici, mentre metà dei tribunali non arrivano neppure a 20: si crea un sistema chiaramente ingolfato, che lo studio del Cepej evidenzia come anomalia italiana: il numero dei magistrati, secondo il rapporto, è bassissimo, solo sette paesi dell’Europa hanno un numero di magistrati per abitanti inferiore al nostro. Conseguenza di questo è anche la necessità, da più parti avanzata, di una riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie, che sono oggettivamente troppe, perché si possono trovare piccole sedi con due o tre magistrati, che potrebbero essere meglio impiegati in zone dove vi è più bisogno.

Venendo invece all’ambito penale si deve notare come la riforma del codice di procedura penale fosse basata sul fatto che, per poter funzionare, occorre che arrivino al dibattimento il dieci per cento dei processi, mentre ora ne arrivano il 55%. Come dichiarato da Magistratura Democratica è necessario che l’azione penale diventi extrema ratio, ma questo è possibile solo se si procede ad una depenalizzazione (che costituirebbe in parte una soluzione al problema, sopra indicato, della difficoltà di dar seguito a tutte le notizie di reato): ormai la sanzione penale viene utilizzata per scopi prevalentemente propagandistici, nei confronti di condotte che hanno un relativo disvalore sociale, pensiamo ai provvedimenti legislativi in materia di sicurezza. Uno dei modi con cui punire certi comportamenti è quello di ricorrere a sanzioni alternative a quella detentiva: come per esempio quelle amministrative, che hanno un’efficacia afflittiva anche maggiore.

Tocchiamo ora un’altra branca del diritto, di cui non si sente mai parlare, pur essendo uno dei settori che richiede forse l’intervento più incisivo di una riforma seria della giustizia.

Il processo tributario, un vero e proprio processo di serie B, che porta con sé tutta la sua storia: i giudici sono degli onorari e non dei togati, non è richiesto ai giudici tributari un concorso pubblico e neppure una particolare qualifica: basta che siano diplomati. È un sistema che conosce una doppia anomalia: da un lato i giudici (ma anche gli avvocati tributari) non necessitano di una qualifica, almeno formale, non occorre cioè che siano laureati in Giurisprudenza, ma possono essere solo diplomati o avere una laurea in una qualsiasi materia (per la difesa dello Stato questo è l’unico processo che non vede presente l’Avvocatura dello Stato, bensì funzionari interni alle singole agenzie dell’amministrazione); dall’altro lato i giudici, che dovrebbero essere indipendenti e terzi, dipendono dal Ministro, che è parte in causa, poiché da questi sono nominati attraverso il bando che viene pubblicato dal Ministero.

Questi pochi punti, si può dire cenni, fanno trasparire la complessità della materia e l’esigenza di un intervento, che non si preoccupi delle solite questioni superficiali, ma sia in grado di realizzare uffici giudiziari funzionanti ed efficienti, e non abbia l’unico scopo di mettere “i leoni sotto il trono”.

Fiore

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. redpoz ha detto:

    la riforma della giustizia che servirebbe all’italia riguarda soprattutto il processo civile!… cosa di cui nessuno parla.
    per questo sono d’accordo con le critiche mosse nel tuo post.
    altra considerazione: queste riforme sono abbastanza inutili se al contempo non si interviene per riformare l’avvocatura ed evitare tutti i rinvii ottenuti con le scuse più stupide- ci voglio le law firms e processi orali, rapidi (vale anche per il penale).
    oltre ovviamente a maggiori mezzi per gli uffici giudiziari ed a riorganizzarli (via tutte le sedi minori con un paio di magistrati!)
    ho però seri dubbi sull’aumentare le competenze dei giudici di pace… piuttosto, aumentiamo il numero dei magistrati e favoriamo la conciliazione, anche aumentandone i casi obbligatori.

    sul penale: fondamentale depenalizzare (esiste persino “l’abbandono di siringa”!!), riformare il CP diminuendo le pene per i reati contro il patrimonio (che potrebbero benissimo evitare il carcere tramite risarcimenti) e pensare a sanzioni alternative, primo fra tutti il lavoro di pubblica utilità e efficaci interdizioni professionali.
    si potrebbe pensare poi anche a maggiori competenze per sanzioni amministrative.

    sul tributario non posso pronunciarmi, ma i requisiti che citi sono vergognosi: occorre riformare la selezione dei giudici.

  2. Vexata Quaestio ha detto:

    Dal commento intuisco che tu(ti do del tu,tanto ho letto che preferisci) sia un giurista. Comunque nel mio articolo ho evidenziato alcuni dei problemi della giustizia nel suo complesso, ma le cose sono molto più ampie. Il problema centrale è il civile: è una giustizia un pò antiquata e farraginosa, le soluzioni non sono semplici, però prevedere istituti che in qualche modo facciano da filtro, per evitare cause “da ballatoio” potrebbe essere una prima soluzione.
    Lo scandalo comunque-di cui veramente non si parla- è il processo tributario, che invece dovrebbe essere al centro dell’attenzione in un momento in cui si parla spesso di evasione fiscale: gli dovrebbero essere riconosciuti più poteri e una maggiore serietà, visto che i giudici non sono preparati e sono giudici part-time(a proposito è uscito un interessante articolo su L’espresso).

  3. redpoz ha detto:

    Certo, dammi pure del tu.
    Infatti, sono giurista (“e lo rivendico! con orgoglio” per fare il verso alla Guzzanti-Santanché).
    Visto l’articolo su L’Espresso, ma non ho ancora avuto il “piacere” di leggerlo…
    Sul civile: il problema è anche mediatico. Per decenni si è comunicata l’idea che l’Italia fosse un paese sotto controllo giudiziario da parte dei magistrati penali, ignorando completamente i problemi del civile o delegandone la denuncia a pochi giornali (che così passavano come le solite “cassandre”), quando tutti -avvocati per primi- riconoscono costantemente i problemi.
    Senza però una reale volontà di porvi soluzione: “causa che pende, causa che rende”….
    Io proporrei che alla prima udienza gli avvocati fossero obbligati a scegliere un rito: orale, con al massimo un paio di memorie scritte e rinvii brevissimi, per le cause di più semplice soluzione e prevalentemente scritto per le cause più complesse.

    Potremmo aggiungere una sacrosanta critica ai magistrati amministrativi, specie del Consiglio di Stato, che saranno pure preparati ma sono anche loro una casta fra le più intangibili ed influenti.

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