Brics, Pigs, Carbs… GASP!

Negli ultimi anni, negli ambienti economici ha preso piede la tendenza a riunire in acronimi Paesi con caratteristiche simili. Se da un lato questo facilita l’analisi di Stati assimilabili sotto vari punti di vista, dall’altro c’è il rischio di non essere chiari, specialmente nei confronti di chi non mastica economia ogni giorno, riguardo a cosa si parla. Con questo articolo cercheremo, se possibile, di fare chiarezza.

Una decina di anni fa Jim O’Neill, capo economista della Goldman Sachs, coniò la definizione BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) per quelle quattro nazioni destinate secondo molti a dominare questo secolo. Esse infatti sono accomunate da una grossa estensione geografica, una numerosa popolazione, buone risorse naturali, ma soprattutto da un tasso di crescita del Pil molto importante (anche se la recente crisi ne ha ridotto la portata). I suddetti paesi vantano poi un debito pubblico inferiore al 50% del Pil e notevoli riserve valutarie (specialmente la Cina); rappresentando poi il 42% della popolazione mondiale, e dato che in un’economia capitalistica la popolazione è la principale determinante della domanda, andranno incontro ad un grande sviluppo, arrivando a soppiantare i membri dell’attuale G8 (di cui peraltro fa parte anche la stessa Russia). Dal 2009, annualmente, i rappresentanti di queste quattro potenze si riuniscono per avere una piattaforma comune in cui discutere di temi fondamentali come energia, infrastrutture e mercato valutario. L’incontro del 2012 è in programma a Marzo a New Delhi, in India.

Con la crisi del 2008, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna sono stati riuniti nella sigla PIIGS. Questa ha chiaramente un’accezione spregiativa, dato che in inglese pigs significa maiali. In effetti, queste nazioni hanno un debito pubblico molto elevato (superiore al 60% del Pil), ampi deficit commerciali (quindi una bassa competitività dei propri prodotti all’estero), tassi di crescita decisamente non rosei e un elevato deficit pubblico (in Irlanda, nel 2010, questo era il 32,2% del Pil). I governi di questi paesi, in primo luogo quelli portoghese e spagnolo, hanno definito razzista questa definizione e anche in base a ciò importanti quotidiani, come il Financial Times, hanno deciso di bandirla dai propri articoli.

Ultimo in ordine di tempo è l’acronimo CARBS (Canada, Australia, Russia, Brasile e Sud Africa). Citigroup, la più grande azienda di servizi finanziari al mondo in termini di capitalizzazione, ha recentemente rilasciato uno studio in cui definiva quei cinque Paesi “i signori delle commodities”. In essi, che rappresentano il 29% delle terre emerse ma solo il 6% della popolazione mondiale, si concentra infatti quasi il 90% delle riserve di platino, nichel, rame, oro, ferro e bauxite, che li hanno messo al riparo perfino dall’attuale recessione. Dal 2003 ad oggi, infatti, il rapporto debito pubblico/Pil è diminuito del 10% (mentre quello statunitense è cresciuto del 38%) e il Pil, in media, è cresciuto del 4% (il Sud Africa, il “peggiore” dei cinque, ha registrato un comunque notevole 3,8%). Proprio facendo leva sull’esportazione delle proprie risorse minerarie, l’economia di questi Paesi è dunque migliorata, e di molto. Proprio per questo, il valore delle proprie valute è aumentato, fatto che porterà secondo alcuni a una futura riduzione delle esportazioni: le prospettive restano comunque assai positive. Va detto che un ruolo importante per i Carbs è giocato dalla Cina, che richiede sempre più risorse per la costruzione di infrastrutture e ferrovie, oltre che, naturalmente, per le trasformazioni industriali.

Dario Belluomini

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