Il business degli ostaggi

Consentire all’aggressione e al Male significa essere in seguito complici di un’aggressione e di un Male ancora peggiori”

Il fenomeno del sequestro di persona, da alcuni decenni a questa parte, sta assumendo un connotato puramente economico: si potrebbe iniziare a parlare di industria degli ostaggi. Quali sono le dinamiche? E quali le risposte dei governi?

Se in antichità l’ostaggio figurava come un pegno, oggi non è altro che un capitale. E questa tendenza lucrativa, spesso, resta velata da richieste politiche, generando così una sovrapposizione ingannevole: infatti, il sequestro può anche essere concepito come un’attività di finanziamentoe, dunque, il denaro come mezzo indispensabile per perseguire – eventuali – fini politici1.

Parliamo di economia e di mercati, e quindi di soggetti come terroristi, tribù locali e organizzazioni criminali che operano in tutto il mondo (vedi mappa interattiva). L’America Latina, ad esempio, è senza alcun dubbio uno dei mercati più floridi: trafficanti di stupefacenti e movimenti paramilitari (come le FARC e i vari Ejército de Liberación Nacional) gestiscono quasi interamente un business difficile da quantificare e, vista la corruzione endemica, anche da contrastare.

Solo un sequestro su 10 viene denunciato alle autorità, ma, nonostante ciò, la casistica ufficiale ci permette di stilare una classifica dei paesi in cui questo business è ormai più che collaudato: Afghanistan (circa 950 rapimenti), Somalia (oltre 400), Iraq, Nigeria (sopra i 1.000), Pakistan (solo 15.000 casi, ma solo il 10-20% dei sequestri sono a scopo di estorsione), Yemen (più di 200 cittadini stranieri sono stati rapiti negli ultimi 20 anni), Venezuela (col più alto tasso procapite di sequestri) e, infine, Messico (17.889 casi, secondo l’ong CLDH)2.

Parliamo di cifre vertiginose, con un volume di affari che si stima sul miliardo di euro! Naturalmente il valore di mercato dell’ostaggio dipende dal suo status sociale, dalla capacità di negoziazione (rischio del doppio riscatto) e, soprattutto, dalle condizioni fisiche (deperibilità del detenuto durante gli spostamenti). E le metodologie criminali cambiano da realtà in realtà: nelle zone urbane le tempistiche sono molto più rapide rispetto ai casi rurali in cui le trattative si possono dilatare nel tempo, e, magari, gli ostaggi smistati o barattati ad altri gruppi affiliati.

Seppur il 90% delle vittime sono locali, la cittadinanza resta un fattore rilevante: operatori umanitari, dipendenti di multinazionali e turisti avventati fruttano ricompense stratosferiche. Ma quando si tratta di stranieri – siano essi funzionari pubblici che privati cittadini – i governi si impegnano, seppur in maniera diversa, a gestire la minaccia. Come tutori del controllo politico, la messa in discussione della sovranità spinge i paesi, in particolar modo quelli anglosassoni, ad abbracciare la filosofia della non-negotiation: in sostanza, poche concessioni e l’uso della forza come ultima risorsa.

Qualche eccezione esiste però: l’Italia. Un po’ per motivi culturali e un po’ per ragioni elettorali, il Bel Paese non solo ha la cattiva fama di pagare i riscatti, ma per di più nega di farlo. Quanto può esser utile questa politica umanitaria verso i futuri sequestri? L’occidente da tempo investe cospicue risorse nella prevenzione, ma le somme allettanti pagate ai rapitori sono più che sufficienti ad incentivare la presa di ostaggi: a volte redistribuite alle comunità locali, a volte reinveste nell’attività criminale.

Vista la natura del fenomeno è difficile delineare una soluzione. Gli attori sono tanti e gli interessi molteplici (lavaggio del denaro, l’aumento delle assicurazioni e dei noli, ecc…). Dalla comunità internazionale sono arrivate proposte normative al fine di vietare il pagamento del riscatto, ma queste richieste non hanno avuto alcuna luce: essendo il denaro garanzia dell’incolumità fisica dell’ostaggio, la legge non può che tutelare il diritto alla vita.

BKS

Note:

  1. Analisi di Clint Watts

  2. Anno 2011 (Fonte: Red24)

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