Guida ai sistemi elettorali

Un sistema elettorale può concorrere a strutturare il sistema politico, e soprattutto a mantenerlo nelle condizioni in cui era fin dall’inizio strutturato”

In un sistema democratico non vi è fase più importante delle elezioni: è l’atto politico per eccellenza, che coinvolge attivamente i cittadini e che concretizza la volontà politica nazionale. E in democrazia rappresentativa ciò si traduce in quel meccanismo di libera competizione tra gli attori politici, una competizione che ha per oggetto il voto popolare. Se le elezioni sono dunque così importanti, allora è fondamentale conoscere e capire quelle regole con la quale i voti si trasformano in seggi parlamentari: le leggi elettorali.

Il linguaggio politichese è ancor più incerto ed elusivo in materia elettorale, e l’elettore fa sempre più fatica a seguire i dibattiti che porteranno alla formulazione di quelle norme che determineranno non solo le modalità di elezione ma anche – e soprattutto – il sistema politico!

Il processo di filtraggio dei voti dipende innanzitutto dalle peculiarità territoriali: l’utilizzo o meno di circoscrizioni, e la dimensione di queste, incide sulla diretta relazione tra elettorato attivo e quello passivo (più sono piccole e più saranno avvantaggiati i partiti radicati sul territorio); la scelta del collegio uninominale piuttosto che plurinominale stabilirà il numero dei vincitori e i relativi seggi; la presenza di correttivi (c.d. redistricting) capaci di distribuire omogeneamente i collegi per compensare gli effetti distorsivi, così i parametri per il conteggio e l’assegnazione dei seggi garantiscono il principio dell’uguaglianza del voto.

In secondo luogo, un buon sistema deve rispecchiare la volontà elettorale, allora, la traduzione dei voti può avvenire in tre formule: maggioritario assoluto (50% dei voti + 1), relativo o preferenziale (ordine di preferenze decrescente), con uno o due turni (i due candidati più votati concorrono al ballottaggio); proporzionale con voto di lista (bloccata o di preferenza) e la presenza di un quoziente elettorale capace di ripartire con formule matematiche il numero dei voti su i seggi; corretto (o misto) con elementi sia maggioritari che proporzionali.

Infine, oltre alla rappresentatività, bisogna guardare anche agli effetti sulla governabilità e quindi l’adozione di sbarramenti con percentuale minima (requisito di accesso) e di premi di maggioranza (incentivo di coalizione).

La complessità sistemica, gli opportunismi partitici e le ragioni storiche-sociali fanno si che un modello elettorale possa funzionare in un paese e non possa esser esportato con la facilità che vorrebbero alcuni commentatori e politici. E in una logica italiana prima proporzionale puro con un premio di maggioranza mai applicato (1946-93) e dopo misto con un maggioritario a collegio unico nazionale e un turno unico, un recupero del 25% dei seggi su base proporzionale, la presenza di liste bloccate e uno sbarramento al 4% (1993-05), oggi vantiamo un sistema misto complesso e caotico con l’eliminazione dei seggi uninominali, l’aggiunta di circoscrizioni estere, una diversificazione delle soglie di sbarramento e la denominazione di un capo di coalizione in prospettiva di governo.

Il porcellum – frutto di tatticismi politici – ha evidenziato rilevanti lacune, ed oggi – in parte anche alle pressioni del quirinale – (im)pone ai partiti ad un’ulteriore riforma elettorale. Con l’impossibilità di anticipare gli scenari italiani è comunque possibile ipotizzare i modelli più vantaggiosi per il sistema politico italiano – o più spregiudicatamente partitico.

Che il proporzionale equivalga unicamente alla democrazia è stato ampiamente smentito, perciò l’utilizzo di un sistema in parte maggioritario uninominale (un vincitore, un seggio) e in parte proporzionale, come compensatore (c.d. scorporo), non solo sarà democratico ma pure stabile (soprattutto in situazioni di crisi), e con un premio di maggioranza ai partiti, anziché alla coalizione, si avrà uno scenario più compatto – e qualora si pensi ad un sistema di natura presidenziale, il doppio turno sarà necessario per eliminare le forze antisistema ed attuare il passaggio al sistema bipolare –; ma è comunque possibile l’adozione di un proporzionale plurinominale con una restrizione delle circoscrizioni e con le soglie di sbarramento, pur determinando effetti maggioritari, escluderanno così il voto utile. Il dilemma comunque permane: preferenze o liste bloccate?

BKS

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Le mani visibili ha detto:

    personalmente preferenze, ond’evitare vari e variopinti soggetti quali Ravetto, Brunetta, Santanchè e altri esseri immondi

  2. Il Bradipo ha detto:

    Sono d’accordo.Ma oltre alle preferenze dovrebbe essere rivisto a ribasso lo sbarramento: in tal modo sono dell’idea che si potrebbe recuperare almeno una piccola percentuale degli astensionisti (persone che non vanno alle urne perché sono scoraggiate nel votare candidati che non vengono eletti).
    Penso che la soluzione migliore sia un proporzionale con soglia di sbarramento al 2%, preferenze e un premio di maggioranza molto ridotto (non più di 10 deputati e 5 senatori, da assegnare al partito più grande della coalizione vincente, in modo da evitare situazioni del tipo: Radicali all’1% che hanno 3 senatori e 6 deputati grazie ad accordi con i più forti…). Questo per garantire una rappresentanza più estesa e più equa possibile.
    Secondo me il premio di maggioranza incentiva non poco il “voto utile”, perché effettivamente il voto dell’elettore che sceglie un partito grosso conta di più rispetto a chi sceglie un partito piccolo.

  3. Le mani visibili ha detto:

    sono daccordo con te, il premio di maggioranza potrebbe essere un’ottimo strumento per mestare nel torbido… e siccome siamo in Italia lo sarà sicuramente.
    Per quanto riguarda lo sbarramento, meglio che stia al 5%, ond’ evitare paralisi per eccessivi frazionamenti. Maggioritario uninominale, senza premio di maggioranza, bilanciato dal proporzionale, niente liste e coalizioni: si sceglie uno e un solo partito, così da rendersi conto delle maialate e delle dinamiche criminali che si hanno in parlamento.

  4. Il Bradipo ha detto:

    Beh, il discorso è che però in parlamento le comunioni d’intenti tra partiti si creano sempre (perfino in sistemi bipartitici come in America!). Anche sul voto disgiunto si potrebbe discutere secondo me perché potrebbe aprire prospettive nuove (ma sicuramente i tempi non sono maturi per la prossima tornata elettorale).
    Quanto alla soglia di sbarramento, a mio avviso se troppo alta forza troppo la mano sulla volontà effettiva dell’elettorato. L’elettore dovrebbe poter eleggere candidati anche di partiti appena al di sopra del 2% (al di sotto di questa soglia si scaderebbe davvero nel marasma totale). Tanto poi la consistenza o meno di un partito ne determina anche la capacità d’azione e la possibilità di prendere voti la volta dopo…
    Tra la soglia di sbarramento al 2 e quella al 5% (comunque da applicare al di là delle coalizioni, su questo mi sembra d’essere d’accordo) la differenza sarebbe di un parlamento a 5-6 e uno a 10-12 partiti, e credo che il secondo sarebbe più rappresentativo dei sentimenti elettorali…

  5. ilPrezzemolo ha detto:

    La rappresentatività è inversamente proporzionale alla governabilità, e in un paese di 60 mln di abitanti credo che l’attuale sbarramento in coalizione sia più che ragionevole (vedi sistema tedesco) e – a prescindere dal sistema politico – permette una buona capacità di governabilità.
    Il voto disgiunto sarebbe interessante certo, ma in Italia più le cose sembrano difficili e più puzzano di politichese e quell’astensionismo che cerchi non lo recuperi con una diversa modalità di votazione, e ancor meno con un’unica preferenza al singolo soggetto politico. Al contrario ci vuole una prospettiva politica allargata che sia capace di dar credibilità ad un potenziale esecutivo.
    Infine, qua stiamo parlando di sistemi elettorali, quando il vero problema sta nei soggetti che ne usufruiscono e non nello strumento in se.

  6. Il Bradipo ha detto:

    Beh, è ovvio che gli elettori dei partiti più grandi propendono verso una soglia di sbarramento alta, e questo per un motivo semplice: più la soglia è alta, meno partiti entrano in parlamento, meno voti occorrono per eleggere un parlamentare di un partito grosso, più conta il voto di chi esprime la preferenza di un partito grande.
    E’ in parte una motivazione dettata dal criterio di governabilità, ma in parte dovuta anche a sentimenti egoistici. E anzi il tuo dato del 60% di favorevoli ad uno sbarramento al 5% fa riflettere: quanti voti degli italiani prendono i partiti al di sopra del 5%? Diciamo il PD al 28%, il PDL al 16%, il M5S al 17%, l’UDC al 6%, l’IDV e la Lega forse entrambe al 5,5% e forse SEL (che però nella pratica è sempre andata peggio che nei sondaggi). Si tratta del 78-83%% circa degli elettori (senza contare gli astenuti, ovviamente). Sarebbe indicativo che non pochi elettori tra quelli che votano partiti grossi siano comunque d’accordo ad abbassare la soglia di sbarramento…
    Detto questo, tra governabilità e democrazia, scelgo la democrazia…

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