US Ballot 2012: chi ha concorso alla Casa Bianca

Da meno di una settimana gli americani hanno deciso di mantenere per altri quattro anni la politica di Barack Obama, benché il rieletto presidente per ottenere questo risultato ha sostenuto una battaglia serrata contro il candidato repubblicano Mitt Romney. Infatti se a livello di grandi elettori non c’è stata storia, contando i singoli voti i democratici sono passati per poco più di un punto percentuale (se ricordiamo le elezioni del 2004 Kerry perse pur prendendo più voti).

Nei singoli stati, in particolare in quelli chiave, hanno pesato i voti sottratti dai “third parties”. Questi sono i partiti partecipanti oltre le due fazioni principali e quest’anno hanno ottenuto insieme l’1,44%. Infatti al contrario di quello che pensiamo, o professano alcuni politici nostrani, il sistema politico americano non è bipartitico, ma multipartitico, anche se le organizzazioni operanti effettivamente su tutto il territorio si contano su una mano. Inoltre, lo spazio da loro ottenuto nei media rispetto ai due partiti principali è veramente esiguo, anche per effetto dei finanziamenti ottenuti e con cui possono pagarsi gli spot elettorali perché negli Stati Uniti non esistono spazi autogestiti come da noi. In questa campagna, secondo quanto riferito dal New York Times, i democratici hanno speso la bellezza di 60 miliardi di dollari, al contrario dei third parties che hanno potuto utilizzare in tutto poco più di un milione di dollari.

Alle minori risorse economiche si aggiunge la difficoltà a poter accedere alla gara elettorale perché le iscrizioni sono su base federale e ogni stato ha una propria legge per accedere. L’OSCE stesso ha portato negli anni a contestare il meccanismo d’accesso  contestando le elezioni del 2004, benché anche gli USA hanno firmato il documento di Copenaghen, dove si garantisce alle organizzazioni, con le necessarie garanzie, il libero accesso alle competizioni e uguale trattamento. Ma la risposta americana è stata che il parametro richiesto è già presente nelle strutture ordinarie.

Il poco spazio finora ottenuto è stato contestato dai diversi leader “alternativi” come dimostrazione della scarsa democrazia, ma chi sono questi partiti e quali sono le loro politiche?

Partiamo da quello che ha preso più voti: il partito libertario. Tra i vari movimenti è anche uno dei più anziani, essendo nato nel 1971, e in queste elezioni il loro candidato Gary Johnson ha ottenuto 1.167.739 voti, pari allo 0,96%, indice mai raggiunto da loro in passato. La loro piattaforma programmatica si basa in prima causa sull’opposizione all’intervento governativo in economia. Lo stato deve essere incisivo nella difesa della proprietà privata, nella regolazione delle dispute tra i soggetti e nell’abbassamento delle imposte sul lavoro per poter ridurre il tasso di disoccupazione.
Un elemento che gioca a loro sfavore, in particolare negli stati centrali, è la proposta di legalizzazione di droga, pornografia, prostituzione e gioco d’azzardo. Si oppongono alle discriminazioni agli omosessuali, a ogni tipo di censura e alle norme che limitino il libero possesso di armi. Al contrario di quello che si possa pensare su temi quali l’aborto e l’intervento militare il partito lascia libertà di scelta, per le diverse correnti presenti nel gruppo, che possiamo inserire proprio tra democratici e repubblicani.

Quarto classificato alla corsa presidenziale è stato il partito verde. Nato nel 1991, fino al 2000 furono l’unica vera alternativa ai due principali contendenti alla poltrona presidenziale raggiungendo il 2,74% proprio nel 2000. Quest’anno come candidate dal congresso di Baltimora sono uscite due donne, Jill Stein e Cheri Honkala. Come è possibile intuire la politica interna si basa prima di tutto sul sostegno alle politiche energetiche rinnovabili e sulla eco-sostenibilità, ma tra le loro campagne troviamo anche quelle contro le discriminazioni alle minoranze razziali e alle donne. Le loro linee intransigenti portano il partito a rifiutare qualsiasi donazione da corporazioni e la loro piattaforma economica si sviluppa in prima causa sulla critica al controllo governativo da parte delle corporazioni e al sostegno della filiera zero, vedendo in comunità come gli Amish, che non possono votare tra l’altro, il modello moderno di comunità ecologica.
Per quanto la politica sul rifiuto del denaro da certi soggetti la porti ad essere debole, perché non ci sono spesso miliardari ecologisti alla Nader, loro candidato fino al 2000, lo sviluppo di una rete di localismi ha ottenuto un suo successo nel 2002, quando John Elder è stato eletto nella camera bassa del Maine.

Quinto classificato, con lo 0,1%, è il partito della costituzione. Nascono anche loro nel 1991, ma si pongono in direzione opposta ai verdi, andando a toccare l’elettorato estremista repubblicano. Il loro candidato quest’anno è stato Virgil Goode, ma fino al 2000 il partecipante è stato il padre-padrone del partito: Howard Philips. Movimento dalla forte impronta religiosa, la sua difesa all’integrità della costituzione americana porta però a sostenere l’assenza di un test religioso per poter assumere pubblici uffici.
Come i liberali, sono per la riduzione della presenza statale nel bilancio, ma con un taglio nella burocrazia, nella spesa pubblica e una diminuzione della tassazione sopperita da un sistema d’accise sui prodotti in base al reddito. Abolizione anche delle tasse federali tramite la cancellazione del sistema pubblico sanitario, dell’educazione e del welfare, ritenuti incostituzionali secondo i principi dell’articolo 1 della carta fondamentale. Il taglio del debito pubblico, e di conseguenza la dipendenza dalla Cina, troverebbe una riduzione con l’abolizione delle agenzie sulla sanità e sull’educazione.
La politica estera vede il ritiro del paese dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca su Import-Export. Nello stesso momento il governo smetterebbe di incoraggiare i propri cittadini ad investire all’estero e aumenterebbe i dazi doganali in ingresso per avvantaggiare i prodotti americani sul mercato interno.
Tutto questo fa intuire l’ostilità verso gli immigrati, fulcro nevralgico del programma costituzionale sin dalla nascita, con un ritorno a una pratica che vedrebbe la valutazione di salute, precedenti penali, moralità e disponibilità finanziarie prima dell’ingresso. Opposizione contro ogni beneficio concesso agli immigrati e la concessione della cittadinanza ai bambini nati sul territorio statunitense anche se i loro genitori sono clandestini. Per prevenire ogni afflusso, inoltre, l’esercito sarebbe utilizzato come forza di confine.
Nel sociale il partito è contrario ad eutanasia, aborto (anche in caso di stupro, benché alcuni loro candidati hanno cambiato idea su questa ipotesi), matrimoni gay e pornografia. Come movimento di estrema destra invece non sorprende il sostegno a pena di morte  e libera vendita alle armi.

Ultimo partito, che ha ottenuto lo 0,01% è il partito della giustizia. Guidato da Rocky Andersson, sindaco di Salt Lake City, è un movimento progressista e basato sul sostegno alla giustizia economica,  ambientale e sociale. Nel primo caso ci sarebbe l’abolizione delle corporazioni con personalità giuridica, la tassazione delle transizioni finanziarie e la cancellazione degli sgravi fiscali sui redditi alti creati nel governo Bush.
In campo ambientale si oppongono all’allargamento dell’oleodotto Keystone, che trasporta l’oro nero dal Canada alle raffinerie di Houston, e candeggiano un rafforzamento dell’agenzia per la protezione ambientale.
La giustizia sociale si raggiungerebbe con un’unica assicurazione medica, che garantirebbe l’assistenza sanitaria per tutti, la fine delle guerre d’aggressione,  il taglio alla spesa militare con il ritiro delle truppe dalle basi oltreoceano e la cancellazione del Patriot Act di George W. Bush.

Questa è stata una veloce presentazione dei programmi degli unici partiti partecipanti alle elezioni presidenziali del 2012, ma in verità sono molti di più e tra quelli che mi sento da citare c’è il CPUSA, cioè il partito comunista degli Stati Uniti, che esiste dagli anni ’30 e ha superato le purghe maccartiste degli anni ’50. Ebbe un seguito di un certo livello fino all’invasione dell’Ungheria quando divenne impossibile non vedere  nell’Unione Sovietica un’ambizione imperialistica.
Il problema tra gli Americani consiste nell’accettare un sistema multipartitico perché c’è un terrore di vedersi impantanati nel potere legislativo come tante sorelle d’Europa, tra cui l’Italia, oppure vedersi apparire tra le istituzioni personaggi scomodi come i nazisti americani che mostrerebbero al mondo come anche nella culla della democrazia vi siano dei figli sgraditi.

Simone Colasanti

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