Argentina 2012, il ritorno dell’incubo

Dopo il default, in cui un intero sistema economico crollò, e la svalutazione dei passivi di oltre due terzi, che portò alla rovina molti risparmiatori, l’Argentina in breve tempo ha recuperato tutto quello che aveva perso, a tassi di crescita del PIL annuo del 6 – 7%. La presidente Cristina Fernandez de Kirchner è stata vista come la fautrice di questo boom che ha portato molti analisti a inserire il paese nel gruppo di realtà emergenti subito dietro i BRICS.

Molti nostri connazionali in questo periodo hanno preso come esempio di buona gestione economica proprio l’Argentina, in opposizione alla Germania e al suo rigore, dove l’alta inflazione è controbilanciata dalla crescita della ricchezza, e i risultati delle ultime presidenziali nel 2011, quando la Kirchner ha preso al primo turno il 54%, sembrerebbero darle ragione.

Eppure proprio qualche settimana fa si è tenuta una delle più grandi manifestazioni di protesta contro il governo, con 700.000 persone davanti la Casa Rosada. Questi manifestanti sono chiamati  cacerolazos. L’ultima protesta è stata la terza manifestazione in sei mesi, con il numero di partecipanti in continuo aumento, e non si lega solo alle questioni politiche come la corruzione e l’ostruzione al terzo mandato della Kirchner, ma pone alla luce questioni economiche che presentano l’Argentina come un gigante dai piedi d’argilla.

Negli ultimi anni il governo ha reso molto svantaggioso convertire il peso in dollari tramite lunghe procedure burocratiche. Questa operazione era fatta in passato dagli argentini perché il biglietto verde è una moneta più stabile e permetteva l’accumulo di denaro, ma l’inflazione galoppante, tra il 20 e il 30%, vede il continuo aumento dei prezzi (dal 2007 +140%) e la riduzione del potere del peso. Purtroppo è diventato impossibile anche acquistare all’estero perché qualsiasi transazione ora prevede un’imposta preventiva del 15%, rimborsabile se viene presentata la dichiarazione dei redditi all’agenzia delle entrate argentina (AFIP) e se quest’ultimo ente ritiene idonea la richiesta.

Questa soluzione ha portato molti economisti a parlare di dittatura tributaria, ma è stata la soluzione governativa alla fuga dei capitali da Buenos Aires, dimostrando come in realtà il problema dell’economia, in passato, non era nel controllo delle risorse da parte degli stranieri. Tuttavia questo ha giustificato tutta una serie di nazionalizzazioni. I primi a essere toccati dalla nuova politica oligarchica sono stati i fondi pensione, che ammontavano a 29,5 miliardi di dollari, con la scusa dei tassi di rendimento molto inferiori all’inflazione, ma un’operazione simile fu tentata già all’inizio della crisi del 2001.

Nel 2012 è toccato invece alla compagnia petrolifera YPF, precedentemente sotto il controllo della spagnola Repsol. Tuttavia, il possesso ha creato il problema di finanziare l’azienda per procedere con i lavori e senza il denaro della Repsol da dove sono state prese le risorse? Dai fondi pensione è la risposta, benché questa operazione non ha portato i frutti desiderati con la produzione che sembrerebbe inefficace visto che è stato necessario dall’inizio dell’anno importare 9 miliardi di dollari di combustibili.

La risposta a questa serie di problemi ha preso delle strade completamente diverse da quelle economiche. Le riviste internazionali si rifiutano di pubblicare i dati economici del paese perché non ritenuti veritieri, intanto economisti argentini sono stati multati o hanno subito denunce per il semplice fatto di aver riportato altri valori, ovviamente peggiori, rispetto ai dati ufficiali, mentre il Fondo Monetario Internazionale ha aperto un processo per falsificazione di dati.

Lo stesso accentuare le tensioni con la Gran Bretagna  per il possesso delle Falklands, mai state storicamente sotto la bandiera bianco celeste, è un meccanismo per depistare almeno i propri sostenitori, ormai scesi al 40%, dai problemi di riuscire a fare cassa. Contemporaneamente, per sopperire al calo di popolarità, è stato esteso  il voto ai sedicenni, che casualmente negli ultimi anni sono stati investiti dalla campagna governativa per il possesso di un pc con agevolazioni statali nell’acquisto, mentre i membri di alcune etnie indios lo hanno ottenuto gratuitamente.

Nel frattempo una nuova tegola cade sopra la Casa Rosada dato che il giudice di New York, Thomas Griesa, ha condannato l’Argentina a pagare 1,3 miliardi di dollari per i debiti ancora in sospeso, e gestiti dalle società americane Elliot Associated e Aurelius Capital, perché non avevano accettato le rivalutazioni del 2005 e del 2010. Il ministro dell’economia ha già presentato ricorso, ma se a dicembre verrà confermato il tutto saremo a un passo da un nuovo default. Ulteriore dimostrazione di forza da parte della Elliot Associated è stato il sequestro, al largo del Ghana, della fregata Libertad (l’Amerigo Vespucci di Argentina) che è tutt’ora nel paese africano con il comandante e trenta marinai rimasti a bordo per effettuare le manutenzioni ordinarie.

La crisi è ormai alle strette e anche nel Vecchio Continente ormai c’è molta paura. I nostri governanti sperano in un ripensamento di Griesa perché se l’Argentina dovrà pagare per intero i propri bond, allora non sarà consentito ai risparmiatori di rifiutarsi a deprezzare anche il debito che la Grecia ha con loro?

Simone Colasanti

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