Candid Cameron. Federalismo e Antifederalismo per l’Europa del futuro

E’ di questi giorni la notizia che il primo ministro Inglese Cameron ha promesso, nella prossima legislatura del Parlamento Inglese, un referendum sulla permanenza nell’Unione Europea.
Non è importante stabilire, in questa sede, se le ragioni che hanno mosso il giovane premier a tale dichiarazione siano da ricercare nella politica interna, nel consenso declinante dei Tories al quale si cerca di porre, in qualche modo, un argine. Anzi.

La posizione dell’inquilino di Downing Street riflette, sicuramente, il pensiero (o il retro pensiero) di una buona parte dell’opinione pubblica britannica, che casomai egli tende a sfruttare per fini elettoralistici; tuttavia, tale posizione, espressa dalla massima carica politica di uno dei paesi membri del Parlamento di Bruxelles, non può che far riflettere.

Il rapporto tra Gran Bretagna ed Unione Europea è ancora abbastanza singolare: i britannici non partecipano alla moneta unica, pur sedendo nel Parlamento Europeo; pesa la presenza britannica nell’Irlanda del Nord, ancora considerata come parte integrante dell’Inghilterra; esiste il Commonwealth, che raggruppa le ex colonie britanniche nel mondo (nominalmente soggette alla Corona), il cui rapporto con l’Unione non è stato mai chiaramente definito; in ultimo, il referendum sull’indipendenza della Scozia (che, una volta separatasi da Londra, potrebbe decidere in totale autonomia di aderire alla moneta unica) condiziona non soltanto la politica di Albione, ma dovrebbe condizionare anche quella Europea.

Mai e poi mai si abbandonerà la Sterlina, hanno sostenuto a piè sospinto da Londra, che vanta appoggi in tal senso nell’Europa Settentrionale per quanto riguarda il mantenimento delle divise nazionali: eppure, con la propria presenza nel Parlamento Europeo, un paese che mantiene la propria divisa sovrana (almeno il più grande ed economicamente importante, in quanto parte del G7) condiziona le politiche economiche e monetarie di tutti quei paesi (la stragrande maggioranza) che invece all’Euro hanno aderito e aderiranno nel prossimo futuro.
Come se non bastasse, il premier conservatore ha anche sostenuto che “Spingere i paesi europei a far parte di un’unione politica centralizzata sarebbe un grosso errore e la Gran Bretagna non vi parteciperebbe mai” , confermando, da una parte, la tendenza all’autonomia e all’indipendenza britannica, dall’altro mettendo una serissima ipoteca sul futuro dell’Unione.
Perché di questo, fondamentalmente, si tratta.

Giova, a tal proposito, ricordare come anche le ex colonie britanniche divenute indipendenti, che avrebbero costituito gli Stati Uniti d’America, abbiano attraversato una lunga fase di dibattito al loro interno e tra di loro sul ruolo da affidare al governo centrale. Se, da una parte, molti spingevano per mantenere l’Unione ad un livello di Confederazione, nel quale i maggiori poteri sarebbero spettati agli Stati e non al governo centrale, dall’altra alcuni illuminati “padri costituenti” (Hamilton e Madison sopra tutti) sostennero con forza le ragioni di creare una Federazione di Stati, nella quale lo Stato “composto di tante piccole repubbliche, potrebbe godere delle fortune interne di ciascuna di esse, e, al medesimo tempo, per quanto riguarda la situazione esterna, possedere, in virtù dell’associazione, tutti i vantaggi delle grandi potenze” [Hamilton, Il Federalista n. 9], e dove “l’influenza dei capi faziosi può appicar fuoco nei loro stati, ma non sarà in grado di provocare, attraverso tutti gli altri, una conflagrazione generale” [Hamilton, Il Federalista n.10]; da cui ne consegue che “il rimedio che la repubblica offre per i mali più tipici del regime repubblicano risiede dunque nell’ampiezza e nella struttura dell’Unione” [idem].

Senza contare il fatto che le teorie federaliste si sono poi affermate nella stesura della Costituzione e nel consolidamento degli Stati Uniti d’America, pur con una certa ancor presente resistenza (basti pensare al fenomeno dei Tea Parties e delle loro istanze anti centraliste), le parole degli illustri federalisti americani hanno una valenza importantissima per chi, come noi Europei oggi, si trova ad affrontare, pur in un mondo completamente diverso da quello del 1787, problematiche a livello politico ed ideale in un certo qual modo simili.
Gli abitanti del Vecchio Continente sono, oggi, una minoranza in un mondo multipolare dominato sempre più da potenze politiche, economiche e militari che fanno conto su popolazioni che arrivano vicino, o superano, il miliardo di individui; divise, le antiche nazioni europee hanno sempre meno possibilità di contare sia in sede politica internazionale, sia in quella economica, sia in quella, bisogna dirlo, di influenza. Il caso dell’intervento sostanzialmente unilaterale della Francia in Mali non è che l’ultimo esempio di questo atteggiamento, duro a passare, degli stati europei, ancora gelosi delle loro prerogative e fieri della loro storia e delle loro tradizioni, e anche, per molti versi, ancora ancorati alle loro “sfere di influenza” individuali; per non parlare dell’impotenza europea nei confronti del conflitto israelo – palestinese e della capacità di influenzare i meccanismi decisionali di organismi sovranazionali come il WTO.

Viceversa, un’Unione effettiva a livello politico, economico, statale e militare risponderebbe proprio alle aspirazioni di chi, come Hamilton, sottolineava i vantaggi dell’unità nella diversità: la capacità di portare ciascuno la propria specificità e le proprie caratteristiche all’interno di uno stato in grado di trattare da pari a tutti i livelli con gli altri attori sulla scena internazionale.

L’idea, poi, esposta dal federalista americano, che l’Unione possa essere l’antidoto a fattori destabilizzanti a livello politico – istituzionale, è sicuramente affascinante, specialmente se facciamo i conti con la nostra storia di europei; oggi, in un quadro di più stretta unione, in cui le decisioni vengano prese a livello centrale da Bruxelles, e in cui il governo europeo ed il suo parlamento siano realmente e completamente sovrani, sarebbe impossibile l’affermarsi di regimi o governi chiaramente non in linea con i valori fondanti dell’Europa contemporanea espressi nella Carta dei diritti fondamentali. Regimi di tipo autoritario o fascistoide, xenofobi ed antidemocratici (che noi europei abbiamo tristemente ben conosciuto) non potrebbero nascere, e soprattutto non potrebbero diffondersi, grazie alla struttura federale dell’Unione, da una parte grazie al minor ruolo che dovrebbero assumere i singoli stati nazionali che la compongono, dall’altra perché lo stato federale avrebbe il potere di intervenire per cancellare il fenomeno, oltre che per impedirlo.

L’Europa ha, oggi, di fronte solamente due strade: dividersi in tanti piccoli staterelli nazionali sempre più ininfluenti, oppure darsi uno slancio ed unirsi definitivamente in un’entità unica ed indivisibile, in cui non abbia più cittadinanza il concetto di “uscire dall’Unione” o “uscire dalla moneta”, ma anzi prenda sempre più piede l’inclusività di tutti coloro che, nel continente, ancora non ne fanno parte.

Le posizioni dell’inquilino di Downing Street, e dei piccoli Cameron nostrani, sicuramente legittime, tendono a riportarci indietro, oppure a fermarci proprio quando l’ampiezza e l’incisività della crisi economica internazionale ed il ridefinirsi, seppur lento, dell’ordine mondiale, ci dimostrano che uniti si possono affrontare meglio i problemi, mentre da soli siamo stati sbattuti nella tempesta, incapaci ed impossibilitati a far uso di tutti quegli strumenti (economici e politici) che invece l’Unione ci garantirebbe.

Di grande importanza è, infine, l’idea del ruolo che gli europei vogliono avere nel mondo del futuro e di sé in questo mondo: comprimari, magari a rimorchio di nazioni più forti, oppure protagonisti, con il bagaglio politico ed ideale di un continente che ha creato, pur con tutte le sue differenze ed i suoi limiti, concetti come il welfare state ed il workfare state, l’istruzione e l’università pubblica, per non parlare dell’idea (oggi quanto mai dimenticata, o meglio, ignorata) di un capitalismo sociale in grado di coniugare libera iniziativa e attenzione alla società ed ai suoi individui? O magari diventare, un domani, punto di riferimento, con il proprio modello di sviluppo, delle nazioni emergenti, dall’Africa all’Asia all’America Latina? Si può iniziare a pensarsi come Europei, con la E maiuscola, e non più solo come Italiani, Tedeschi, Francesi, come fecero gli americani quando smisero di pensare a se stessi come gente del Massachusset, del New England o del Maine, per diventare una potenza a livello globale?

Questa è la sfida che caratterizzerà sempre di più i paesi del Vecchio Continente, le loro classi politiche, le loro strutture economiche: superare le barriere di lingua ed i confini tra gli stati ed integrarsi, fondersi e diventare, nel tempo, un unico stato, un’unica nazione, un’unica patria, perché di questo abbiamo bisogno.
Per chi vuole starci, la porta è e deve restare sempre aperta. Per chi non vuole, beh… bye bye England!

Emiliano Ceretti

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