L’opacità della politica nucleare di Israele

L’aggravarsi della crisi siriana negli ultimi giorni ha portato ancora una volta in rilievo i delicati equilibri geopolitici dell’area mediorientale. Con l’Egitto in crisi politica e un’economia in gravissime difficoltà, il confine meridionale dello stato d’Israele diventa instabile. A nord ci sono le forze di sicurezza dell’UNIFIL, a guardia del delicatissimo confine tra il Libano ed Israele. La situazione è diventata sempre più instabile negli ultimi due anni anche con il vicino siriano, dal quale Israele è separato dalle alture del Golan, occupate dal 1967 e zona di confronto a bassa densità tra i due eserciti ad intervalli più o meno regolari. Il confine giordano non ha rappresentato invece motivo di preoccupazione per il governo israeliano da molto tempo.

È facile comprendere guardando la mappa del piccolo stato ebraico che operare una regolare attività di controllo dei confini è un’impresa non facile. Con i cambiamenti politici intervenuti in seguito alla cosiddetta “primavera araba” buona parte delle zone di frontiera sono tornate ad essere particolarmente calde. Ma non sono solo le frontiere ad essere tornate più calde, anche gli scenari geopolitici più ampi vedono Israele in una posizione assai difficile.

L’Iran prosegue nella costruzione del suo programma nucleare. Quali siano i fini di questo programma, ufficialmente di natura pacifica, è materia assai dibattuta anche tra gli esperti. Il motivo dello scetticismo nutrito nei confronti degli iraniani non è da confinare a motivi di mera contrapposizione politica, ma anche ad aspetti di carattere scientifico. Lo stato che più di ogni altro si oppone al programma nucleare degli ayatollah è naturalmente Israele: i suoi leader non hanno fatto alcun mistero di essere disposti a fare uso della forza per far valere le loro ragioni, più volte inoltre hanno sostenuto davanti alla stampa internazionale che l’Iran sarebbe ad un paio di anni dalla realizzazione del primo ordigno nucleare.

Perché Israele è fermamente convinto che sia così? Facendo astrazione dal ruolo che le intelligence israeliana o americana (o affini) possano avere in questa vicenda, anzi che hanno sicuramente in questa vicenda, occorre fare riferimento ad un illustre predecessore che ha perseguito la strada del nucleare optando per la clandestinità quasi totale e quella è Israele stessa.

Il Centro Ricerche Nucleari del Negev visto dallo spazio.
Il Centro Ricerche Nucleari del Negev visto dallo spazio.

Sono stati necessari più di dieci anni prima che David Ben Gurion annunciasse alla Knesset che era in corso la costruzione di un impianto nucleare nel deserto del Negev, ed è stata l’unica volta che l’opinione pubblica lo abbia sentito nominare (dicembre 1960). Come si sia giunti a quella dichiarazione esula da questo articolo ma in ogni caso non c’è nulla di più opaco che il suddetto impianto: non ne conosciamo né la potenza né l’esatta dimensione, poiché non è stato mai visitato dagli ispettori della AIEA. Non sappiamo se produca plutonio e se sì quanto ne produca, e soprattutto se produca anche altro oltre al plutonio.

Tenendo bene in mente questa vicenda, l’opacità del programma nucleare israeliano e della sua storia è rintracciabile anche nelle dichiarazioni dei leader e delle personalità che si sono succeduti al vertice dello stato ebraico. Uno fra tutti Ernst David Bergmann il quale arrivò a sostenere che non possono esserci due tipologie di energia nucleare poiché la ricerca che punta alla realizzazione di un impianto per fini pacifici non esclude del tutto la possibilità di realizzare un impianto per fini militari. Questa tesi è stata sistematicamente provata nell’arco degli anni, almeno fino a quando la proliferazione nucleare era un tema di rilievo nei rapporti internazionali.

La produzione di una particolare tipologia di combustibile nucleare (risultato della lavorazione della cosiddetta “yellow cake” o torta gialla) può condurre, attraverso sofisticati meccanismi, alla produzione di un uranio sufficientemente arricchito da produrre plutonio per fini militari. Cosa accada dentro un reattore, una volta superata la fase di avviamento e inserito il combustibile, è assai difficile da rilevare per gli ispettori della AIEA e questo gli israeliani lo sanno molto bene. Gli unici “ispettori” che hanno visitato il complesso di Dimona (il luogo in cui si colloca il centro nucleare del Negev) sono stati una piccola équipe di scienziati statunitensi, i quali più volte nell’arco degli anni ’60 furono autorizzati a “visitare” per alcune ore l’impianto israeliano. La loro azione però non poteva essere efficace: non erano autorizzati, tra le altre cose, ad utilizzare alcuna tipologia di strumentazione di rilevamento: neppure una macchina fotografica.

Gli ispettori AIEA che hanno visitato alcuni degli impianti iraniani hanno avuto gradi di libertà assai maggiori ma gli Israeliani sanno che nascondere nel sottosuolo può essere assai vantaggioso. Visto dall’esterno l’impianto di Dimona, oltre alla caratteristica cupola che protegge il reattore, non presenta in superficie (e visto anche dal satellite) nessun edificio più alto di due o tre piani. Ciò che né l’occhio umano né i satelliti possono vedere è cosa ci sia là sotto: sappiamo in base ad un’intervista rilasciata da un ambiguo personaggio il 5 ottobre 1986 sul Sunday Times che nel sottosuolo di Dimona sono presenti almeno 7 livelli che raccolgono sofisticatissimi laboratori di ricerca, dove si lavora anche con il trizio e con il deuterio (fondamentali per la fabbricazione di ordigni termonucleari).

L’abilità con la quale Israele ha costruito il suo programma nucleare è un interessante caso di studio, un caso che ha fatto scuola tra i vicini mediorientali e soprattutto per l’Iran. Occorre riconoscere che almeno oggi c’è un dibattito su ciò che accade nello stato degli ayatollah. Un dibattito che invece non ebbe luogo quando Israele realizzava i suoi piani nucleari ma si sa, quella era la guerra fredda.

Davide Lonigro

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