Libri per viaggiar(t)e

libri

Trovare per caso una vecchia libreria di libri antichi e non un plastico megastore, è un vero paradiso nascosto quaggiù in un angolo di mondo. Entro e mi perdo nei meandri degli scaffali.

Libri stampati con caratteri in oro e rilegati a mano con grande cura, vecchi di almeno 70 anni, in caratteri classici. Carte geografiche d’un tempo che segnano le strade maestre dell’Europa Orientale. Che illustrano e spiegano gli itinerari dei grandi viaggiatori. Magnifiche guide che riconducono su strade ormai dimenticate, che si sdoppiano e incrociano su più punti. Si annodano, si sciolgono improvvisamente, si perdono e si ritrovano. Sono gli itinerari dei veri viaggi, fatti in altre epoche, da chi ignora la paura e s’innamora dell’incognita. E ancora carte, e un inchiostro nero che resiste nel tempo. E spaghetti e maccheroni.

Trovo un volume illustrato magnificamente, con caratteri puliti, una raccolta completa delle opere di Puskin con disegni fatti da chi deve aver avuto profonda perizia e amore per la grafica e un gusto formale per il racconto. Sembra la prova campione da seguire per fare bei libri che gli editori non confezionano più.

Alcune pagine sembrano litografie tirate con grande cura sotto la supervisione dell’artista. Scovo anche una Ars Amandi di Ovidio, in lingua francese, tradotta dal latino da Georges Vermut, e uno su Picasso stampato in Italia 80 anni fa.

Li porgo nelle mani dell’anziano proprietario della libreria con occhiali spessi e copricapo di feltro nero, mentre fa il conto mi cade l’occhio su un volume di poesie di Omar Khayyam vicino alla cassa, che ha riportata sul retro una sua quartina:

”Oh se ci fosse dato, per un istante, amore,

di metterci d’accordo con lui, col Creatore…”

Mi restituisce i libri, e appena sollevo lo sguardo dalla poesia sulla copertina, come avesse intuito tutto, la termina, sorridendomi, recitando l’altro passo:

”…Noi ridurremo il mondo in tanti bricioli,

per fabbricarne un altro, certamente migliore”.

Esco dalla libreria, con i miei due libri, molti interrogativi ansiosi, irrequieti, e senso di meraviglia, senso dell’arrivo, come se dopo tanto tempo prendere dei libri non fosse stato un semplice acquisto, ma la fine di un piccolo percorso fisico e intellettuale. Ha rappresentato, come quando la parola cultura suscitava ancora un certo rispetto, l’uscita temporanea dal labirinto ossessivo di un tempo e di uno spazio che sembravano potersi dilatare a dismisura.

Alessia Bicocchi

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