Fellini mon amour

Secondo Proust “I paradisi migliori, sono i paradisi perduti”. È una frase giustamente famosa. Io mi permetto di aggiungere che forse esistono paradisi ancora più attraenti dei paradisi perduti: sono quelli che non abbiamo mai vissuto, i luoghi e le avventure che intravediamo non alle nostre spalle, ma davanti a noi, in un futuro che un giorno forse, come sogni che s’avverano, riusciremo a raggiungere, toccare. Forse il fascino del viaggiare sta in questa paradossale nostalgia del futuro. Ci sono moltissime cose che non conosco e spesso non so di cosa si tratta, so solo che manca qualcosa, ma posso comunque arrivare a comprenderne importanza e significato. Un significato personale. È la forza che ci fa immaginare (o illudere) di fare un viaggio e trovare in una stazione sconosciuta, qualcosa che potrebbe cambiare la nostra vita. Federico Fellini rappresenta molte di queste mie stazioni personali. La sua fantasia, l’immaginazione, il modo in cui amplia i confini, mi hanno sempre colpito, sembrava avesse una porta aperta sul mondo. Mi sono nutrita dei suoi film. Me lo immagino sui set di Cinecittà, un vero gigante sotto il suo inseparabile Borsalino, con quella voce e incredibile presenza, che contraddicevano altri aspetti del suo carattere, come il cercare per tutta la vita l’approvazione di sensitivi, prima di intraprendere qualunque progetto. Decisivo il ruolo delle premonizioni: per una serie di avvisi negativi, come diceva lui, decise di rinunciare al film “Il viaggio di G.Mastorna”. Ma la paura che più di tutte alimentava la sua ansia,e che in fondo è anche la mia, era quella di smarrire la sua identità. In un sogno Federico aveva ricevuto l’invito di recarsi in Corso Italia (nel palazzo dove al secondo piano aveva il suo ufficio) per ritirare una lettera lasciata nella cassetta chissà da chi. Così quando la mattina si svegliò alle sette, tra l’inquietudine e la curiosità, scese a controllare la cassetta della posta, come se l’avviso dell’arrivo di quella lettera non l’avesse ricevuto in sogno, ma realmente, dal portiere. Aprì la cassetta delle lettere: la busta, era li. Salito in ufficio la pose sul tavolo, e con la lentezza di un illusionista, l’aprì con il tagliacarte da un lembo appena sollevato. Il foglio era bianco da entrambe le parti. Allora provò a decifrarne l’indirizzo: “Al disperso dei dispersi”. Che cosa significava? Era un presagio? Quel biancore alludeva, metaforicamente, alla dimensione del vuoto, a quell’ indifferenza in cui la sua creatività era tenuta da tempo dal mondo dei produttori cinematografici? Il suo cinema, per parlare chiaro, era ormai concluso? Federico rivelò più volte le difficoltà che aveva incontrato per realizzare “E la nave va”, il suo diciottesimo film, scritto di fretta, in sole tre settimane e sottoposto a una via crucis, dove nessuno sembrava davvero interessato a produrlo. Non rimaneva altro che quel ‘disperso’ per destinatario. Nel Libro dei Sogni, c’è un suo disegno che lo raffigura, seduto a un tavolino, con la parola “silenzio” che aleggia tutt’intorno. Non fu solo un sogno, ma il suo modo per proteggersi da quell’ Italia sgangherata, cieca, sporca, persino infida. Bertolucci, per quest’ultima fase prima che la malattia lo portasse via, paragonò Federico a un Lama che si è raccolto nella meditazione finale. Nella sua scomparsa ho visto qualcosa di innaturale, è come se in un’estate, di colpo, sparisse il mare, il vento, poi le stelle. io rimango a guardare l’orizzonte, aspettando che arrivino i suoi sortilegi:navi come castelli, donne feconde, fughe di Bach, marcette da clown, innocenze, ambigue presenze, cieli imbronciati, le auto che sfrecciavano nelle notti romane, fontane, scivoli dentro stanze nascoste, completi eleganti. Un detto cinese molto famoso dice che se salvi un uomo dall’annegamento, ne sei responsabile per tutta la vita: allora Federico, che ti piaccia o no, ti tocca occuparti di noi, italiani dispersi, ancora a lungo. Noi viviamo in questo eccesso d’inferno nella società, eccesso d’empio, d’illegittimo potere, di bisogni indotti a distrarre volontà. Necessitiamo di surrealtà di Tartaro, purgatoriale critica, visioni celestiali, d’eccesso,  di tecno fascismo e rabbia no global. Invece tu ci insegni una cosa importante. Ci insegni atti di rivolta contro la fatica, la noia, il disamore, la mortificazione che oggi più di allora sembrano essersi infiltrati in ogni avventura intellettuale. Ci insegni che la passione non dà pane (ma magari ferite o rose) lo sapevamo già, ma siamo quasi felici a volte, di non produrre pane e che nessun debito ci legherà a nessun creditore.

Alessia Bicocchi

Annunci

Lascia un commento!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...