Cesare deve morire

Di Paolo e Vittorio Taviani

76 minuti

Italia, 2012

Anatomia di una scena:
Immediatamente dopo l’omicidio di Cesare da parte dei congiurati, Cassio (Cosimo Rega) riflette sul gesto appena fatto e declama: “Quanti secoli a venire vedranno rappresentata da attori questa nostra grandiosa scena, in regni non ancora nati, in linguaggi non ancora inventati.” In questa breve sequenza viene efficacemente esibita non solo la mescolanza di generi e rimandi interni al film, quanto soprattutto la perfetta coincidenza di intenti tra i Taviani e Shakespeare, come citandosi l’un l’altro facciano entrambi riferimento a un sacro sodalizio fra tutti gli artisti (tutti i registi) anche attraverso i secoli, una sinergia che trascende persino la morte e che aspira al traguardo comune della cultura. Shakespeare (immaginando la frase in latino) fa in modo che Cassio parli di “regni non ancora nati” e “linguaggi non ancora inventati” e si riferisce così esplicitamente alla propria tragedia, scritta in inglese e in Inghilterra: né l’uno né l’altra esistevano ai tempi di Cesare. Più di quattrocento anni dopo, i Taviani fanno ripetere la stessa battuta in italiano (in realtà un suo dialetto) e in Italia (in realtà una sua prigione), un linguaggio e un regno che non solo non esistevano ai tempi dell’antica Roma, ma neppure a quelli dell’età elisabettiana. I due registi lo fanno sfruttando poi persino il mezzo Cinema, di cui il Bardo non poteva certo sospettare la futura invenzione: nuovo il regno, nuovo il linguaggio e persino l’arte (la settima, per la precisione). Cassio riconosce poi il valore del proprio gesto: sa che vivrà in eterno allo stesso modo in cui Shakespeare è conscio che neppure lui, per altri meriti, sarà mai dimenticato. I Taviani omaggiano l’uno e l’altro, confermando loro di aver avuto ragione a scommettere sull’immortalità. Se prima si aveva quindi del metateatro, adesso abbiamo del metacinema o, meglio, del meta-metacinema o del meta-metateatro. Poco importa: sono tutte espressioni della stessa arte, quella con la lettera maiuscola. Più che una strizzatina d’occhio, tutto questo svolgimento è in realtà un omaggio, un inchino alla lungimiranza, una prova di perfetta comprensione della comune missione di ogni regista. Pur con umiltà, i Taviani azzardano a splendere della luce riflessa che sorge da Shakespeare, ma raccolgono il testimone in modo tanto personale e garbato che sarebbe spietato pensare di spodestarli da una vetta raggiunta con tanta grazia.
La locandina italiana del film.
La locandina italiana del film.

Il 1991 è stato un anno ricco di eventi. È ancora in corso la Guerra del Golfo; in febbraio, il governo del Sud Africa mette fine all’Apartheid e il giorno dopo Natale si scioglie definitivamente l’URSS, mentre, nel frattempo, ci ha lasciati Freddie Mercury. Il 1991 è anche l’ultimo anno in cui a vincere il Festival internazionale del cinema di Berlino è stato un autore italiano. Tutto vero fino al 2012, edizione in cui viene presentato in sordina un film piccolo e a basso costo: è girato in bianco e nero, diretto da due registi non proprio giovanissimi e ambientato nel carcere di Rebibbia dove i veri detenuti della sezione di massima sicurezza recitano nel loro dialetto di origine il “Giulio Cesare” di Shakespeare come progetto conclusivo di un laboratorio teatrale. Il film vince. È “Cesare deve morire”.

I fratelli Paolo e Vittorio Taviani (centosessanta anni in due) riescono quindi a girare il loro film migliore ben oltre la soglia del pensionamento, e questo è un fatto già di per sé eccezionale, alla faccia dei registi che esauriscono la carica creativa nella propria opera prima. Tanta esperienza si percepisce però immediatamente e il risultato ne è imprescindibile, non tanto per la qualità della regia, quanto per la straordinaria capacità di sintesi della messa in scena (il film dura in tutto meno di un’ora e venti), per la direzione perfetta degli attori (perché quando tutti quanti sono bravi il merito è soprattutto di chi li dirige) e nella saggezza e nel coraggio di chi ripone tutta la responsabilità della riuscita del film nel valore delle idee. Non delle trovate, ma dei nudi concetti, ai quali soli, una volta tanto, viene deputato il compito di reggere sulle proprie spalle il peso dell’intera opera.

Il primo di questi concetti, l’idea in un certo senso motrice e filo conduttore intellettuale del film è la rivalutazione del valore della libertà alla luce della cultura: la prigionia assume infatti una carica tanto drammatica proprio nel momento in cui viene valorizzato il peso di ciò di cui essa va a privare, cioè una vita libera. Il valore di questa stessa vita (o persino il suo senso) i fratelli Taviani lo ritrovano proprio nella cultura, nell’arte, nel teatro e nel culto della bellezza. E se forse è facile imputare ai due una certa autoindulgenza quando si nota che a celebrare il ruolo fondamentale dell’arte sono due artisti, il messaggio viene invece trasmesso in modo tanto delicato e umile che al termine della visione risulta molto difficile non concordare con questa tesi, ormai conquistati noi pure dall’arte, ma un’altra arte, quella del Cinema.

Il setting del carcere è reale e reali sono pure i prigionieri le cui reali condanne appaiono persino in sovraimpressione (in una scena peraltro molto leggera e quasi autoparodica). Tutto il resto, però, è finzione. Il film viene girato come un documentario, con la macchina da presa spesso messa da parte, nascosta per non disturbare lo scorrere della realtà di fronte a essa. Gli attori recitano il testo, ma a volte sembrano improvvisare e inserire commenti personali. Nulla è patinato, nulla è artificioso. Tutto sembra vero. Anzi, è vero, almeno fino a che non ci si ricorda che è tutto fasullo. Le considerazioni personali degli attori sono pilotate, così come i drammi e i conflitti. Pare tutto però troppo reale perché, almeno in un certo senso, non lo sia davvero.

Ecco che i fratelli Taviani riescono nel loro traguardo più ambizioso: scavalcare con un’idea la tendenza cinematografica encomiabile ma logora di rendere la realtà arte, e riuscire invece a trasformare l’arte in realtà. Questo perché il realismo (anzi, il reale) dei dialetti, delle facce, delle celle, delle parole, degli anni delle condanne, è sempre distillato attraverso l’occhio dei registi che con le loro simmetrie e la loro messa in scena nobilitano la realtà, rendendola più piacevole e artistica senza però mai tradirne la natura intrinseca.

Questo tipo di ragionamento, questo processo a metà tra la fusione e la stratificazione tra arte e realtà è poi vero e riscontrabile nell’opera su molti livelli.

Alla base di tutto abbiamo l’evento storico dell’omicidio di Giulio Cesare.

Questa è realtà.

Poi Shakespeare ne ha tratto una tragedia per trasmutare la Storia nella sua storia.

Questa è arte.

La scena dell'omicidio. Il bipolarismo cromatico è esasperato fino ad ele-varsi a metafora.
La scena dell’omicidio. Il bipolarismo cromatico è esasperato fino ad elevarsi a metafora.

Il testo viene in seguito letto, interpretato e compreso in modo viscerale da parte dei carcerati: i temi di amicizia, famiglia, tradimento e rispetto vengono in questo modo attualizzati e reinterpretati arricchendoli di nuovi significati senza però tradire quello originario. A titolo di esempio basti pensare al monologo di Marco Antonio di fronte alla salma di Cesare in cui viene ossessivamente ripetuto, in riferimento a Bruto, l’epiteto “uomo d’onore”, un appellativo che assume un nuovo peso se si considera che molti dei prigionieri protagonisti sono stati condannati per reati legati al crimine organizzato.

Questa è di nuovo realtà.

Infineil tutto è messo in scena, ripreso, diretto, orchestrato, musicato e accuratamente assemblato dalla mano di due registi.

Questa è di nuovo arte.

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La ricercata simmetria è uno dei pochissimi vezzi di regia che i Taviani si concedono nel corso del film.

Il film può essere perciò considerato un amalgama praticamente perfetto tra storia e attualità, teatro e cinema, documentario e finzione, arte e realtà. “Cesare deve morire” è una torre a piani sovrapposti che, invece di appesantirsi gli uni con gli altri, finiscono per arricchire il risultato, per una volta maggiore della somma delle sue parti. Persino Shakespeare ne esce attualizzato, arricchito, pronto a essere riscoperto forte di una rinnovata accessibilità.

L’esito così felice lo si deve soprattutto ai Taviani che riescono ad ammansire con eleganza questa chimera di arte e realtà perché non sembri mai pesante o pericolosa, ma sempre interessante e stimolante. Il film offre l’occasione non solo di ragionare e godere di un’opera unica, ma anche di riscoprire il valore dell’arte, della cultura, del teatro e, con essi, il valore del cinema. Specialmente se è buon cinema.

[Guida alla visione: a meno che non siate esperti di dialetti italiani, procuratevi una versione sottotitolata
per essere certi di non perdervi nessuna battuta.]

Il Paguro

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