Frida Kahlo, una bomba avvolta da un nastro rosa

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Difficile, soprattutto per una donna, non lasciarsi affascinare dall’arte di Frida Kahlo.Vuoi per l’eroismo di una vita breve e piena di una sofferenza talmente esibita da sfiorare il narcisismo, ma in cui ciascuno di noi si può identificare. Vuoi per il suo essere messicana, in un olimpo fatto, almeno in quel periodo, soprattutto da artisti europei. Vuoi per il fatto singolare che la gran parte della sua opera sia costituita da autoritratti. Fatto sta che questa donna, morta a soli 47 anni, è riuscita a sfondare le quattro mura domestiche e a portare la sua arte in giro per il mondo.

All’ombra di monumenti che lei non avrebbe degnato di uno sguardo, arriveranno alle Scuderie del Quirinale di Roma il prossimo mese, i suoi quadri simili a pezzi di lava che non si raffreddano mai. E così Frida Kahlo, esotico vulcano attivo, avrà ancora una volta una mostra importante e migliaia di occhi per sé, in obbedienza a un culto, la “fridolatria”, che è un esercizio di ammirazione immenso, quanto insufficiente a placare la furia incastonata e il bisogno di attenzione di questa giovane donna senza pace. Come pittrice, Frida la si può adorare ma non imitare, perché inimitabile è stata soprattutto la sua mente.

Per dipingere come lei, con quella sincerità selvaggia e stilizzazione magnifica, un artista dovrebbe essere nato in Messico, avere visto da bambina i campesinos rivoluzionari di Pancho Villa ed Emiliano Zapata morire sotto le sue finestre, e sentito le proprie origini con tale fierezza da attraversare come una regina anche le strade di New York o Parigi. Nella sua opera non trascurò nessuna delle sue innumerevoli pene: i feti dei suoi aborti, le cicatrici delle operazioni chirurgiche, le apparecchiature ortopediche, le bende e le lacrime si inserirono nel tessuto di emozioni che pervadono le sue tele. Fin dalla nascita la Kahlo era afflitta da spina bifida: per questo aveva cominciato tardi a camminare, pativa continui dolori alla schiena e soffriva di gravi problemi circolatori. Le sue già precarie condizioni di salute all’apparato osseo furono ulteriormente compromesse, nell’adolescenza, da un pauroso incidente: l’autobus di legno su cui Frida si trovava assieme al fidanzato di gioventù, Alejandro Gómez Arias, restò schiacciato da un tram. La Kahlo si salvò per miracolo, ma il suo corpo rimase dolorosamente segnato.

Chi volesse seguire fino in fondo Frida, un giorno dovrebbe incontrare un omaccione bruttissimo ma fascinoso, come il pittore Diego Rivera, e innamorarsene, e sposarlo, e tradirlo sempre, con tutti e con nessuno, per separarsene e poi sposarlo ancora una volta, la seconda soffrendo d’amore anche più di prima, non distogliendo lo sguardo dalla sua autodistruttiva instabilità emotiva nemmeno quando uno dei suoi amanti, Lev Trockij, fu assassinato.

Nonostante le evidenti avversità, Frida non rinunciò mai a vivere con intensità e passione, orchestrando abilmente una sorta di leggenda personale di se stessa ed elevandosi, così, al ruolo di dea pagana. La vita e la bellezza erano gli idoli a cui Frida era votata, conduceva un’esistenza piena non rinunciando ad alcun piacere: voleva offrire lauti banchetti agli amici, beveva alcolici in grande quantità, fumava continuamente e visse con diletto la propria sessualità alternando l’amore per il marito, Diego, con numerose relazioni lesbiche, volutamente ostentate e sbandierate.

Fino al suo finale di partita, quest’eroina romantica visse d’arte, estendendola a tutto ciò che la circondava, dalla sua figura, agghindata fino all’esagerazione, alla sua casa, che fu il laboratorio della sua anima, dove le sue opere nacquero aspre e tenere, dure come l’acciaio, delicate e fini come l’ala di una farfalla: Bisogna che il quadro vi guardi quando voi lo guardate. […] È un lavoro di penetrazione psicologica. […] Si vede lontano nell’essere e la sua presenza tocca le vostre fibre più profonde. La rimessa in discussione, insisto, è anche lo sguardo del quadro su di voi.”

 Alessia Bicocchi

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