Michael Jordan & motivazioni personali

MICHAEL JORDAN

“La sera prima della finale, Michael Jordan mangiò una pizza e si beccò un’ intossicazione alimentare. Volle scendere ugualmente in campo e segnò 40 punti. È questo il doping del campione vero: la voglia di giocare” (Spike Lee).

La stagione 1996-97 dei Bulls è ancora da record. In 15 anni di partite Nba divorate, quella rimane la mia preferita in assoluto. Nessuno poteva immaginare che quella stagione avrebbe reso il mito di Michael Jordan ancora più grande: si presentò alla partita contro i Jazz con un virus intestinale, in condizioni pietose e 38 gradi di febbre. I medici gli diagnosticarono un avvelenamento e gli avevano proibito di giocare. Un qualunque altro giocatore non si sarebbe nemmeno recato allo stadio, ma lui non poteva lasciare i Bulls da soli in una partita come quella.

Talvolta la vita può essere pesante. Terribilmente pesante. Soprattutto quando si cresce con l’idea che tutto deve essere conquistato, sudato, strappato. Che esiste sempre un obiettivo da raggiungere. E che una volta raggiunto, non basta. Non ci si può fermare. Si deve andare avanti. Continuare. Perché ne appare immediatamente un altro che ci obbliga a rimetterci in cammino e a lottare per raggiungerlo. E a volte, nonostante si è dato il massimo, si ripassa esattamente là dove ci si era incastrati, là dove il cielo si era squarciato, là dove fa male e farà sempre male.

Per anni la vita appare come una corsa disperata e folle verso la “riuscita”. Lavorativa. Sociale. Intellettuale. Maledetta. Riuscire a far tutto quello che siamo stati “programmati” a fare. Una cosa dopo l’altra. Un esame dopo l’altro. Un concorso dopo l’altro. Una selezione dopo l’altra. Anche quando non ne abbiamo voglia. Anche quando non ne possiamo veramente più. Perché solo così poi ci sentiamo a posto con la nostra coscienza, come l’occhio del padre che tormenta Kafka, non lo perde mai di vista, lo giudica, lo colpevolizza. Fare a tutti i costi, rinunciando a tutto il resto. Con l’angoscia permanente di non farcela, di non essere all’altezza, di fallire… fino al momento della verità: la certezza di aver passato anni e anni a rincorrere qualcosa che in fondo non si voleva, come il mito di Sisifo, che spinge un macigno su per una montagna per poi vederlo precipitare in basso appena raggiunta la cima, dovendo ricominciare tutto da capo.
La soluzione è altrove.
Ma dove corro? Che senso ha?
Come si fa ad accettare veramente l’idea che il senso della propria vita è già li, semplicemente perché si vive?

La cosa straordinaria di quella partita, non fu solo la determinazione di Michael Jordan, ma il suo rendimento nella partita: 38 punti e fra questi la bomba messa dentro a 25 secondi dalla fine per togliere ogni speranza ai Jazz. La gara fu detta “nausea game”: oltre ai 38 punti, 5 assist, 7 rimbalzi ed il canestro decisivo allo scadere del 4° tempo. Al suono della Sirena Michael Jordan non si reggeva nemmeno più in piedi e fu accompagnato nello spogliatoio abbracciato (per non dire aggrappato) a Scottie Pippen.

Jordan raccontò di essere stato espulso alle superiori e di non aver neanche fatto parte della squadra di basket della sua università, ma decise di rinunciare a tutti i traguardi che gli altri gli avevano imposto, imponendogli cosa poteva o non poteva arrivare ad essere, stabilendo per se stesso una vera e importante scelta: diventare il migliore giocatore in campo. Qualunque cosa sarebbe accaduta.

Quella sua partita, mi ricorda come si deve stare al mondo.
Stringere i denti e andare avanti.
Non fermarsi mai davanti agli ostacoli.
Battersi senza sosta.
Perché tutto il resto, non importa.
Il sonno, la fatica, la fame, la stanchezza.
La regola rimane sempre quella: se non si progredisce ogni giorno, si regredisce.
E allora Sisifo, lo mandiamo a quel paese.

Alessia Bicocchi

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Dottor Faust ha detto:

    Nella vita, e sopratutto nello sport si è o vinti o vincitori. Nel tuo post sembri privilegiare questa visione: Jordan è un esempio che ci può spingere a <> e quindi essere un po’ più vincitori nella nostra vita, stringere i denti e <> nella nostra strada.
    Nella vita si può anche non curarsi di una scala valoriale, e giocare a esprimere una propria personalità libera, slegata dai giudizi, perché in ultima istanza si riconosce che ogni scala su cui ordinare vinti e vincitori è necessariamente arbitraria. Insomma, cercare di costruirsi una “bella” persona (decidere chi è più o meno bello è impossibile, invece decidere chi vince e chi perde è molto facile).
    Nel sacrificio, in un sacrificio come quello di M.J. per un qualcosa di così “poco importante” come lo sport (che non è una guerra o un’elezione politica), qual’è secondo te il confine tra la voglia di dimostrarsi il migliore, il più forte, il vincente, e dall’altra parte la libera espressione della personalità, l’atteggiamento leggermente esibizionista e narcisistico di giocare a fare l’eroe? La prima cosa è relativa solo alla partita, e ogni partita è una vincita e una perdita nuova. La seconda è relativa alla vita, e più globale: esprimiamo la nostra personalità attraverso le libere scelte nell’arco di tutta una vita, e tutte contribuiscono a definire il ruolo che interpretiamo.
    Queste sono due caratteristiche presenti e molto evidenti nel sacrificio: ci si sacrifica per raggiungere un obiettivo, ma il sacrificio stesso è una specie di recitazione, un mettersi in mostra, e anche se non si raggiunge l’obbiettivo il sacrificio funziona, “le battaglie sono perse con lo stesso spirito con il quale si vincono” diceva Whitman.
    Secondo te sono due cose contrapposte o facce della stessa medaglia?

  2. Dottor Faust ha detto:

    non mi ha scritto il testo tra virgolette, il primo era “progredire” e il secondo “andare avanti”.

  3. Alessia Bicocchi ha detto:

    “Dottor Faust”, io non privilegio l’essere vincitori.
    Privilegio semmai l’approccio positivo alla vita, a prescindere che porti a sconfitte o vittorie, e soprattutto l’essere orgogliosi della propria autonomia di scelta, il che significa prendersene anche la responsabilità e non adagiarsi o piegarsi a sistemi sociali esistenti.
    Aldilà del fascino della sfida che vale ben di più della tranquilla routine, la questione è altra, e più “sostanziosa”: non sentirsi mai “arrivati”, vivendo ogni traguardo (vittorioso o meno) come provvisorio, perchè “life is in many days”, quel che non riesce oggi forse riuscirà domani, occorre continuare a rischiare, e a lavorare. Fare una vita interiore. Di studio. Di sacrificio. Passare le proprie giornate a crescere le proprie forze, il proprio valore, la propria anima e cultura, per farle servire a qualcosa.
    Tutto questo, è ben lontano da ogni forma di volgarotto narcisismo autoesaltante del nulla.

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