Dalla protesta al conflitto: l’Ucraina e il nuovo sistema internazionale

putin

Il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini, che hanno avuto sempre le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri, e chi serve volentieri, e chi si ribella ed è ripreso.”

Stranamente, a pochi giorni dal summit NATO, il Presidente Poroshenko con un tweet comunica l’esito di una proficua telefonata con l’omologo russo: abbiamo raggiunto un cessate il fuoco permanente in Donbass. Immediata è la precisazione del Cremlino: ma la Russia non è parte del conflitto. Se la pratica del cinguettare è cosa nuova nella diplomazia, la Machtpolitik ha una lunga familiarità, soprattutto se vogliamo capire cosa sta succedendo in Ucraina.

La stessa piazza d’Indipendenza, che solamente dieci anni fa era tinta di arancione, è stata ancora una volta protagonista e arbitro del destino di Kyiv. Nata come protesta alla scelta del governo di sospendere per l’ennesima volta l’avvicinamento all’UE, Euromaidan si è presto ingrandita e trasformata in quel movimento, seppur confuso ma unito, responsabile della caduta del presidente Yanukovyč: lontana figura politica, uscito vincitore nelle legittime elezioni contro la discussa Tymošenko nel 2010, simbolo della repressioni di piazza.

L’incerta evoluzione interna viene seguita da molteplici attori, un’attenzione speciale  è riservata dall’ex madre patria: proprio a Sebastopoli, dove i rapporti tra le due parti sono sempre stati roventi, abbiamo assistito alla prima mossa putiniana. Il ruolo strategico1 della Crimea ha portato la Duma ad autorizzare la forza militare, in difesa della popolazione a maggioranza russa, determinando – di fatto – la progressiva acquisizione territoriale – e quindi economica –, congelata dal referendum di marzo2. Così la proposta del governo Yatsenyuk di abolire l’obbligatorietà del bilinguismo ha innescato meccanismo che ha portato il paese nel caos.

Il rapporto Surikov (vedi foto sotto), poi apparso su Segodnya nell’ottobre del ’95, delineava già gli obiettivi e le tappe da seguire per poter ricostruire l’impero perduto: e le mire moscovite erano ben note agli statunitensi da tempo, dunque la scelta di espandere ad oriente il Patto Atlantico ha garantito si una stabilità, tramite il controllo civile e democratico delle forze armate dei vecchi territori sovietici, ma, al contempo, minacciato gli interessi in termini di sicurezza della nuova Russia, oltre che a rallentare il dialogo tra est e ovest.

Se le guerre costano qualcuno ci guadagna3, tant’è che la blanda reazione dell’Occidente non è determinata solamente dall’incapacità di un impegno militare, bensì dai divergenti propositi: e questo Putin lo sa. Le sanzioni infatti, oltre ad essere insufficienti, danneggiano le economie da cui queste partono: lo scorso anno ben 94 miliardi di investimenti internazionali elessero la Russia al terzo posto nella classifica mondiale; per non parlare della dipendenza energetica che ci impone di ridurre i consumi: ovvero produrre meno e indebitarci, diventando facile prede agli occhi di investitori esteri. Gli stessi che sono in coda per entrare nel mercato russo.

Il moderno Zar non vuole e non può fare una guerra. Se il regime democratico rimane una mera facciata, l’ampio consenso riscosso tra la popolazione dall’azione del Cekista in politica estera è abbastanza indiscutibile, ciò non basta alla Russia per ripristinare lo status di grande potenza. L’instabilità di Kyiv è stata l’opportunità per ridefinire i ruoli nel sistema internazionale: e seppur lontani, in questi anni stiamo assistendo a numerose prove tecniche di bipolarismo. Lentamente i BRICS tessono una trama, mentre l’Occidente non da segni di ripresa, confuso da contrastanti ambizioni e ancora schiavo degli scenari mediorientali da lui stesso creati.

Nella partita europea entra Poroshenko che, licenziando il parlamento, si impone come figura chiave nella difficile realtà ucraina. Con l’inverno che si avvicina e la mancanza della fornitura di gas, dovrà fare i conti con gli assettiimposti da Mosca. E immediatamente prepararsi ai rigidissimi meccanismi delle politiche liberiste per far fronte ai problemi economici che strozzano il paese.

Mentre i media ci somministrano verità di consumo, una cosa è certa: Majdan, come Tahrir, è frutto del proprio tempo, dove la richiesta di un futuro si scontra con gli errori commessi da un Occidente molto più attento a coltivare il proprio egotismo che alla creazione di un sistema integrato e cooperativo, lo stesso Occidente a cui troppi ambiscono.

BKS

NOTE

  1. Oltre alla siriana Tartus, la Flotta del Mar Nero disporrà anche della base navale di Novorossiysk ancora in costruzione, nell’ottica di ampliare la presenza russa nelle acque mediterranee.

  2. La natura di tale referendum ha sollevato molteplici perplessità sia per la formulazione dei quesiti che per lo svolgimento delle operazioni di voto: la richiesta di ricongiungimento con quella che fu l’URSS – e quindi non quella di una propria sovranità – non solo è incostituzionale per la carta ucraina, oltre che per la stessa di Crimea, ma vanifica qualsiasi appello agli atti giuridici che formalmente resero Pristina indipendente da Belgrado.

  3. Quando il petrolio inizia a scarseggiare e quello che resta è difficile da estrarre si alzano i costi ma anche i ricavi di chi questa risorsa è esportatore. L’80% della produzione venduta all’Europa ha permesso alla Russia di ripagare il proprio debito estero in questi anni, stabilizzandolo a soli 13 punti percentuali di PIL. Per non parlare delle riserve sul debito estero che superano il 90%.

  4. È ancora lungo il percorso per un ritorno della stabilità, difficile fare previsioni, girano alcune proposte, una proprio dal presidente russo:

    1. Le milizie devono interrompere le avanzate militari nelle regioni di Donetsk e Lugansk.

    2. Le forze armate pro Kiev devono ritirarsi a una distanza che escluda la possibilità di bombardare gli abitati.

    3. Attuare un controllo e monitoraggio internazionale completo e obiettivo sul cessate il fuoco.

    4. Escludere l’uso di aerei da combattimento contro civili e città.

    5. Scambio di prigionieri/ostaggi con una formula “tutti-per-tutti” senza condizioni.

    6. Corridoi umanitari per i movimenti di profughi e la consegna di aiuti umanitari nelle regioni di Donetsk e Lugansk.

    7. Accesso diretto delle unità di ricostruzione alle infrastrutture sociali e di trasporto con assistenza collaborativa.

ALLEGATO

Frammento del rapporto Surikov
Frammento del rapporto Surikov
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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. fausto ha detto:

    “…Il moderno Zar non vuole e non può fare una guerra….”

    Dopo 18 mesi di rivolgimenti, e con la missione siriana praticamente conclusa, abbiamo appurato almeno questo: che una qualche guerra da qualche parte la può fare, e la fa per davvero.

    Nel mentre le macerie dell’Ucraina hanno smesso di attrarre l’attenzione.

  2. ilPrezzemolo ha detto:

    Che la missione siriana sia praticamente conclusa forse è presto per dirlo. E l’impegno dei russi in quel contesto non è stato così intenso nella quantità ma soprattutto nella qualità dell’uso di forze (ad eccezione dei corpi speciali e logistica).

    Quel che intendevo nell’articolo era una conflitto ad alta intensità e durata, cosa che né in Ucraina né in Siria abbiamo ancora visto.

    Nemmeno gli States hanno adesso la capacità d’impiego attivo in uno scenario mediorientale: il dispositivo militare e soprattutto le disponibilità economiche sono requisiti che vanno analizzati con cura.

    In Europa, altro esempio, ci affidiamo alle missioni internazionali come fonte di reddito per coprire i deficit di bilancio e per garantire una minima operabilità.

    Quindi sembrerà cinica come opinione, ma l’incapacità operativa e la scarsa preparazione militare dell’IS & co. è una garanzia sia per chi si oppone alla sua esistenza quanto ai suoi “alleati”.

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