Iraq: la guerra civile musulmana

La caduta di Al-Maliki ha chiuso quello che possiamo considerare il primo capitolo nella storia dell’Iraq post Saddam.

Dopo aver perso da tempo il sostegno di Obama, che non a torto lo considerava un nuovo despota, anche l’Iran si è schierato contro l’ex premier iracheno. Il gesto, che per noi può essere considerato tutto sommato prevedibile (visti gli antichi contrasti tra Iraq e Iran), nell’area mesopotamica è di grosso impatto perché Al-Maliki era il capo del partito sciita nel paese.

L’Iraq è caratterizzato da una presenza multietnica e multiconfessionale. Oltre alla distinzione tra curdi e arabi, quest’ultimo gruppo si suddivide tra sunniti, maggioranza nel Nord-Ovest del paese, e sciiti, presenti nell’area meridionale. I sunniti, attraverso il partito Baath,  hanno governato il paese fino alla caduta di Saddam. Alla caduta del Rais hanno  dovuto accettare la divisione del potere con gli altri gruppi una volta creata la nuova costituzione. Infatti, la carta principale prevede che le prime tre cariche, Presidenza della Repubblica, Capo di Governo e Presidenza dell’Assemblea, siano distribuite tra le diverse componenti del paese senza possibilità di accumulazione.

Il capo di stato (presidenza della Repubblica) Fuad Masum, curdo, ha affidato la creazione del nuovo governo al sunnita Haider Al-Abadi, con le conseguenti proteste degli sciiti sostenitori del deposto primo ministro. Proprio ques’ultimo ha capito la necessità di ridurre la frantumazione politica per fare fronte comune nella guerra civile in corso (nella quale rischierebbero tutti di perdere il potere), e ha garantito il sostegno politico in un governo di emergenza, di cui non si sanno ancora le cariche.

La lotta politica interna tra i diversi attori ha reso inefficace la difesa militare dell’Iraq contro l’espansione dell’ISIS, con il loro leader e capo spirituale, Abū Bakr al-Baghdādī,  che a inizio 2014 dalla moschea di Mosul, prima importante città catturata, ha dichiarato la nascita del califfato di Levante.

Considerato anche dall’ONU organizzazione terroristica, ISIS nasce nel 2004 come movimento sostenitore di Al Qaeda nella guerra intrapresa contro gli Stati Uniti. Loro area di competenza è il Medio Oriente, in particolare Iraq, con puntate in altri paesi come Giordania e Siria, tutti territori caratterizzati dalla multiconfessionalità. ISIS infatti non vuole solo combattere gli infedeli intesi come coloro che non seguono l’Islam, ma contrastano, e sono per l’eliminazione totale delle correnti islamiche diverse da quella sunnita. Vittima particolare delle loro scorribande sono le correnti sufite, cioè quelle correnti caratterizzate dall’ascesi e dalla ricerca di un contatto diretto con Dio.

Nel 2006 il movimento assunse la forma definitiva. Tuttavia, le tattiche portate avanti sono ancora quelle della guerriglia, in particolare attentati con ordigni a distanza, IED, ai mezzi governativi. Il salto, qualitativo e quantitativo, avvenne nel 2012. Abu Bakr e suoi seguaci aderirono alla guerra civile in Siria, con l’obiettivo di costituirvi uno stato islamico. Il conflitto contro l’esercito regolare di Assad portò non solo al miglioramento delle tattiche, ma alla costituzione di veri e propri battaglioni regolari autonomi organizzati e ben armati, grazie alla cattura di svariati mezzi militari.

“Stabilizzata” la situazione in Siria, dove la guerra civile è tutt’altro che conclusa, passarono nell’Iraq occidentale, occupando vasti spazi in breve tempo, grazie alla conformazione geografica del territorio. Gli attacchi verso le caserme, sia dell’esercito sia della polizia, aumentarono con attentati, blitz agli edifici militari e ai posti di blocco con raid notturni in cui tutti gli occupanti vengono solitamente uccisi. La loro “colpa” è  di sostenere un governo fantoccio e infedele a maggioranza sciita.

Ma cosa porta l’ISIS a essere un movimento più “efficiente” rispetto ad Al Qaeda? La risposta è una sola: la propaganda.

Ogni brigata nelle proprie operazioni prevede anche un elemento che riprenda le azioni per poi pubblicarle in rete. Questi filmati oltre a cercare il sostegno dei musulmani, servono a demoralizzare i regolari iracheni ed entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti perfettamente.

Volontari da tutto il mondo, non solo arabo, si muovono per rimpolpare le file di questa organizzazione. Questa è la grande novità dell’ISIS; quella che si presenta agli occhi di tutti è un esercito multinazionale legato nella fede dell’Islam. Durante la campagna militare in Siria coloro che si sono macchiati delle stragi più violente sono stati miliziani ceceni, e l’opinione pubblica occidentale è stata sconvolta dalla scoperta di intere brigate, come ad esempio la “Bruxelles” di base ad Aleppo, composta da figli di immigrati. Considerati stranieri in casa, hanno trovato nell’Islam il loro elemento di identificazione abiurando i principi occidentali considerati corrotti e decadenti.

Al contrario, le truppe regolari irachene hanno dimostrato, fino all’intervento USA, un’incapacità ad agire e reagire con le proprie forze, sia per paura sia per incapacità di coloro che sono al posto di comando, dovuto alla loro promozione più per questioni di partito che per meriti.

Il nuovo Iraq non è altro che una trasposizione di quello vecchio, dove al posto dei sunniti filo Saddam ora nei posti di comando ci sono gli sciiti, e quando l’ISIS è comparso sul territorio per costituire uno stato islamico in cui prevalesse la “vera” fede, cioè quella sunnita, la popolazione del Nord-Ovest, ha visto queste persone non come terroristi, ma come liberatori appoggiando anche le esecuzioni pubbliche che avvenivano nei confronti degli infedeli, in primis non i cristiani come si potrebbe pensare, ma i musulmani delle altre correnti. Questo avrà degli effetti anche nel futuro del paese. Le milizie sciite già ora per vendetta compiono gesti efferati contro i membri dell’ISIS, con esecuzioni sommarie e decapitazioni, ma quando avverrà una pacificazione, se mai accadrà, i sunniti presenti nelle città yazide, curde e sciite saranno viste malamente, se non perseguitati a loro volta, e già serpeggia malessere a riguardo.

L’Iraq è un paese che uscirà ulteriormente frantumato alla fine di questa vicenda, in un’area che l’ha vista smembrata dagli interessi delle principali potenze dell’area, in contrasto tra loro, come Turchia, Iran, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati. Solo un grande lavoro degli iracheni assieme a una concertazione internazionale vedrà una stabilizzazione positiva di tutta l’area altrimenti il sangue sarà ancora molto.

Per terminare, l’ISIS, come già spiegato precedentemente, è l’evoluzione del terrorismo di matrice religiosa. Figlia di Al Qaeda, ma con una nutrita presenza di soggetti che conoscono la tecnologia e la sanno utilizzare per scopi bellici, anche loro hanno droni per aiutare le truppe a terra, e mezzi propagandistici. Coloro che sostengono la politica del dialogo, accecati dalla mentalità del “Davide contro Golia”, per far cessare le loro azioni ritengono di trovarsi davanti a un esercito irregolare che vive nelle grotte e sia per la maggioranza composto da autoctoni, sottovalutano la potenza, l’intransigenza ma soprattutto la autoconsapevolezza del potere acquisito di questo movimento dandogli oltretutto una pericolosa legittimità.

Simone Colasanti

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