Il nostro mondo – Diario della caduta del Muro (di Guido Carpi*)

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Introduzione

Ho scritto quel diario a vent’anni: ero reduce da un anno di borsa di studio a Mosca, dove avevo imparato il russo, e mi ero trasferito in Germania Est per imparare il tedesco (i paesi dell’Est erano prodighi di borse per stranieri, misere ma sufficienti a vivere dati i bassi prezzi al consumo). I ventenni di oggi faranno fatica a seguire la mia logica di allora: quelli di noi che si dedicavano all’impegno politico (e io non ero nemmeno uno dei più impegnati), lo vivevano come militanza totalizzante, manichea. Io ero comunista, dell’ala più ortodossa, e pensavo sinceramente che il comunismo sovietico, seppur non esente da storture, fosse il futuro dell’umanità: sembrerà strano a molti, dato che oggi quell’esperienza è presentata come una delle forme di male assoluto…

Assistere al crollo del muro fu per me un’esperienza lacerante: non perchè mi piacesse il muro in sé, ma perché il crollo avveniva in quella forma, come evidente fallimento dell’esperienza della Ddr. Leggendo quelle pagine (e chiedo preventivamente perdono per lo stile un po’ turgido, tipico dei vent’anni), credo risulti evidente lo sforzo che facevo per capire cosa stesse succedendo, ma la cosa più importante non è questa.

La cosa importante è che io ricordo (e descrissi già allora in diretta) come la fine della Ddr non sia stata quella festa gioiosa e un po’ kitsch che ci presentano oggi: fu un’annessione spietata, dove le illusioni un po’ ingenue del popolo dell’Est vennero sfruttate cinicamente dai politici dell’Ovest, che passarono poi subito all’incasso, svendendo tutta l’economia della ex Ddr e gettando sul lastrico milioni di persone. Ma quello era ancora di là da venire: la quotdianità di quel novembre-gennaio 1989-1991 era fatta certo di tanto entusiasmo, ma anche di violenze, paure, regolamenti di conti, e, come vedrà il lettore, nessuno spazio venne concesso a chi – ed erano tanti! – avrebbe voluto una democratizzazione della Ddr senza la rinuncia a quei tanti aspetti positivi che il socialismo aveva pure avuto. Non dimenticherò mai la ragazza che da terra, in un lago di sangue, mi punta addosso gli occhi sbarrati…

Un altro momento fondamentale fu vedere l’effetto che sui cittadini dell’est produsse la prima “passeggiata” oltre il muro. Li avevo visti sciamare fuori sereni, felici e pieni di speranza, li vidi tornare a sera carichi di frustrazione e odio: LA’ (all’Ovest) c’era un paradiso luccicante dove ogni desiderio si avvera, QUA (all’Est) si tornava alla grigia quotidianità. L’incantesimo consumista li aveva cambiati in mezza giornata… Da allora, quell’onda tellurica si è propagata per ogni dove: abbiamo tutti rinunciato a un’ottica globale di trasformazione della realtà, ci stiamo facendo privare di ogni diritto, i luoghi tradizionali della condivisione politica (i partiti) si sono trasformati in comitati elettorali di leader plastificati e tutti uguali, abbiamo costruito un’Europa che è solo burocrazia, libera finanza e libero mercato, senza una visione politica e senza anima.

Il blocco sovietico era ormai fuori della storia ed è crollato. Ma questo è affare di gente che non esiste più: neanche io esisto più per quello che ero nel Millenovecentottantanove. Il nostro mondo – il tuo, il mio – è oggi il prodotto di un’esperienza organizzata altrove. Da forze sociali che pensano e operano contro di noi, e che ci viene imposto come il mondo illusorio di “Matrix”, ma senza superuomini in spolverino nero che ci possano salvare.

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5.XI

Sera. Sono stato a vedere un film, e al ritorno ho notato un folto gruppo di gente davanti a una lunga vetrina. Avevano appena esposto un centinaio di foto sulle manifestazioni di Berlino, di impressionante forza espressiva: ce n’era una che ritraeva la scalinata dell’ingresso principale della Stasi disseminata di candele accese nella notte, migliaia di candele che gettavano una luce cupa e obliqua sulla targa di bronzo dell’ingresso. In altre foto, striscioni e cartelli rudimentali galleggiavano trascinati da una marea enorme di gente. Gli slogan erano i più diversi, dalla protesta per la nomina di Krenz senza consultazione popolare, all’accusa verso il Politbüro di andare verso un’altra Tien An Men, dalla richiesta di elezioni democratiche “contro la monarchia-SED” alla sconsolata ammissione “non abbiamo più fiducia nella DDR ai suoi 40 anni”. E soprattutto, il martellante “Wir bleiben hier”, orgogliosa e minacciosa dichiarazione di fedeltà alla propria terra da parte di gente assetata di aria pura.

Nessun fanatismo però, nessuna “caccia al comunista”: c’è invece una gran dignità e umanità nell’aria, e la voce che si ode all’unisono è quella del buon senso, della voglia di libertà e di giustizia, senza alcun rifiuto dell’ideale socialista come tale. Francamente, questi tedeschi mi sembrano il popolo più civile e ragionevole nella propria protesta, e se lo possono ben permettere, visto che la relativa stabilità e ricchezza dell’economia lascia loro più spazio per l’idealismo che ad altri…

Che dire?

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7.XI

La manifestazione ieri sera era impressionante, la più imponente che abbia visto in 10 anni, e se si pensa che questo paese ha solo 16 milioni di abitanti…

Il tono era generalmente molto più aggressivo delle foto che avevo visto, ma si capisce: glasnost o non glasnost “certi” slogan e “certi” cartelli non potevano certo essere esposti ufficialmente. Sono molto perplesso: la manifestazione è stata una grossa prova di forza e decisione, ma molti slogan mi sembrano un po’ semplicistici. È vero: gli slogan lo sono sempre, ma di solito si affiancano a comizi, documenti, mozioni più articolate. Qui invece, solo una folla immensa e una sensazione quasi fiabesca di ciò che sta accadendo, dopo una vita di silenzio.

A che servirà?

Pomeriggio. Ma che sta succedendo qui?

È or ora piombato in camera uno dei tedeschi, tutto eccitato, dicendo che il governo è caduto e che ci saranno libere elezioni. Mi sento frastornato: qui tutto succede troppo in fretta e io non capisco, non riesco a capire…

Sera. Da domenica a ora (2 giorni) sono scappate attraverso la Cecoslovacchia 30.000 persone.

Che dire?

Polonia e Ungheria si ricapitalizzano (o meglio, si prostituiscono al capitale straniero, con quali begli effetti sull’economia nazionale voglio poi vedere: i polacchi non sono minimamente in grado di prendere in mano le redini dell’economia, ma ci penseranno altri per loro); la DDR sembra una nave che affonda, e così la Jugoslavia. La Cina e la Romania sono dittature sanguinarie, e la Russia… beh, la Russia, come sempre, porta sulle cenciose ma larghe spalle il peso dei peccati del mondo, mentre altrove il festino continua…

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8.XI

Stamattina abbiamo discusso in classe quello che sta succedendo qui. Probabilmente – dice la prof – ci sarà ora un rimpasto di governo e leggi volte a liberalizzare i viaggi all’estero, e verrà concessa più libertà di stampa. Ma questo, se poteva bastare 5 o 6 mesi fa, è totalmente insufficiente ora per fermare l’emorragia di gente: la situazione può ora normalizzarsi solo riconoscendo i partiti di opposizione e aprendo totalmente le frontiere, per creare una situazione “alla polacca”, dove i tedeschi dell’Est in cerca di marchi occidentali e beni di consumo possano fare avanti e indietro. A me, però, questo non convince: il numero enorme di polacchi dediti unicamente alla speculazione e al mercato nero (circa un decimo della popolazione: ce n’è un numero impressionante anche qui) è una delle cause principali di instabilità per l’economia della Rzeczpospolita, e oltre tutto questa gente non svolge alcun tipo di lavoro produttivo. Se la soluzione del problema tedesco sta nel permettere formalmente alla gente di andare a lavorare a Düsseldorf per poi tornare a Lipsia a godersi gli ambiti D-Mark, vuol dire che siamo proprio alla frutta.

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9.XI

Oggi al supermercato è arrivata una mezza dozzina di polacchi. Ognuno si è occupato di un settore, facendo man bassa di ciò che vi si trovava. Si sono presentati alla cassa coi loro carrelli carichi uno di formaggini, uno di sacchetti di patatine, uno di Ovomaltina (una specie), hanno mezzo svuotato gli scaffali sotto gli occhi pieni di odio e di disprezzo dei tedeschi, e probabilmente se ne sono subito ripartiti per Wrocław…

Arriva ora Jörg con notizie strabilianti: sembra che abbiano aperto le frontiere con la RFT. Sarà vero?

Sì, è vero! Abbiamo guardato il telegiornale, e i tedeschi erano fuori di sé dalla gioia.

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10.XI

C’è parecchio malcontento in giro: per la maggioranza della gente non basta alleggerire il vecchio sistema, ma bisogna smantellarlo. Giù il muro di Berlino, frontiere aperte, cambio illimitato! Questo è ciò che si chiede a gran voce, senza che ci si renda conto dell’assoluta irrealtà della cosa. Smantellare il muro vorrebbe dire dare il via alle speculazioni e alle porcherie più abiette: mica lo sanno che razza di pattumiera sia Berlino Ovest. Il cambio illimitato, poi, è una pazzia: e dove la trova la DDR tutta la valuta per mandare 16 milioni di abitanti a fare shopping? Bisogna che qui si rendano conto che il cambio reale è di uno a dieci e che non è questo per il Paese il momento di andare a fare scorta di Toblerone nei supermarket di Berlino Ovest. E il muro… Oh dio, immagino quante tonnellate di puttanieri si rovescerebbero tutte le sere a Berlino Est “a tegami” per due soldi (circa un ventesimo di quanto gli costa a casa propria), orrore, orrore!

E i polacchi… I polacchi che già ora depredano le panetterie di Berlino Est andando poi a vendere panini sui banchetti dell’Ovest con un guadagno del 2000%… Resterà qualcosa da comprare ad Est, quando apriranno il muro?

Notte. È fatta! Sono stato due ore in fila alla stazione in mezzo a gente festante, euforica, e domani sarò uno dei ventimila che si rovesceranno da Lipsia a Berlino come cavallette! È un momento storico per i tedeschi, per tutta l’Europa, uno di quei momenti che non consentono esitazioni o ripensamenti: io sarò là! Voglio vedere, sentire, voglio veder crollare il muro, quel muro freddo, inquietante, maledetto alla cui ombra rabbrividisci, voglio vedere le mani tendersi attraverso il cemento e il filo spinato. Voglio sapere! È difficile descrivere il torrente di calda umanità che mi investiva mentre aspettavo di comprare il biglietto per Berlino, è impossibile descrivere i volti, le espressioni, i toni, le risa, eppure…

Eppure questa è e resta per me una sconfitta, uno specchio in cui osservare i miei ideali, la mia anima e quella di tanti altri, vederla mentre brucia.

Ma non fuggirò. Io sarò là, per consumarmi nel fuoco del futuro.

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12.XI

Madonna…

Mi riesce appena di tenere la penna in mano… sono sfinito. Ieri ci siamo alzati alle cinque, dopo circa tre ore di sonno e sotto il peso di una sbronza smaltita neanche per un terzo, e siamo tornati a Lipsia stanotte alle tre. Aggiungi che sia il viaggio di andata che quello di ritorno sono consistiti in tre ore di furiose gomitate, tutti in piedi e pigiati come sardine, e avrai la situazione abbastanza chiara.

Dunque, quando finalmente il vagone ci ha vomitati a Berlino, ci siamo subito diretti verso il muro, uscita Friedrichstrasse, e lì siamo stati partecipi di scene di esaltazione collettiva indescrivibile: torrenti di gente eccitatissima scorrevano a grandi ondate verso la Friedrichstrasse, le macchine in coda strombazzavano per salutare la folla, e attraverso i finestrini nugoli di mani si stringevano. Davanti al passaggio c’era una coda di almeno quindicimila persone abbastanza disciplinate che sfogavano la propria impazienza cantando, discutendo a voce altissima e bevendo. A tratti qualcuno urlava uno slogan o un augurio, e allora un boato immenso si levava dalla folla, e dall’altra parte del muro arrivava un boato di pari forza, scrosci di applausi, palloncini liberati nel cielo.

E così è passata la giornata: girando da un posto di frontiera all’altro attraverso la città deserta, parlando con la gente, assistendo a scene di egoismo e di psicosi liberate d’un tratto. Il momento più interessante è arrivato verso sera, quando è cominciato il flusso inverso della fiumana (senza peraltro che diminuisse la coda verso l’Ovest). Allora è apparsa in tutta evidenza la pulsione che aveva spinto tutta quella gente a imbrancarsi mezza giornata davanti alla frontiera: il consumismo, il miraggio del paese dei balocchi. E infatti, proprio da un fiabesco paese dei balocchi sembrava fluire la marea di persone, ognuna delle quali sembrava essere stata esaudita nel suo desiderio più segreto, come da una lampada di Aladino: un paio di ragazzetti si tenevano strette due buste di dischi heavy metal, un altro trascinava l’imponente scatolone di uno stereo, una vecchietta teneva una cappelliera dai colori sgargianti in una mano e un casco di banane nell’altra. I più terra terra si erano portati via chili di yogurt (idioti… come se qui non ci fosse!) e di uva. I giovani dall’aria contestatrice avevano depredato le librerie e le edicole: in treno uno di loro mi aveva chiesto quanto costa il cinema a Berlino Ovest perché voleva andare a vedere “Il cielo sopra Berlino”! Subissati dai fasci di giornali, sembravano strilloni.

Ma quelli guidati dal “desiderio di sapere” e da curiosità intellettuale erano una minoranza trascurabile: la maggioranza si è limitata a sbronzarsi di birra e liquori occidentali, per tornare poi indietro in uno stato di patetico sconvolgimento. Moltissimi sono rimasti là tutta la notte a girare per le discoteche e i bordelli, e non oso pensare a quanti puttanieri dell’Ovest si siano assicurati per due marchi sette o otto scopate consecutive…

Uscendo verso Ovest, moltissimi erano sinceramente felici, euforici, dalla chiacchiera facile, ma poi alla stazione, fra quelli che tornavano, è emerso l’egoismo, la frustrazione, il vandalismo beota non più costretto dalla paura: centinaia di bottiglie di birra fracassate e di lattine (occidentali!) per terra, urla dissennate, zaffate di tanfo di birra, cazzotti. La rabbia per non essere più , fra luci al neon e spazzatura sfavillante varia, a godersi la vita come si deve, ma qua, pigiati su un treno per tornare all’asfissiante e noioso lavoro. Berlino… Berlino era una ferita aperta nel cuore d’Europa. Ora sta diventando una piaga purulenta, un morbo spietato. Quello che ho visto è contraddittorio: alti ideali, fratellanza, distensione, “la Germania si abbraccia”, “noi tutti ringraziamo Dio”, barriere odiose che crollano, ma…

La Germania democratica piega le ginocchia davanti all’altra, di fronte al capitalismo senz’anima. Per tenere buoni i propri abitanti e convincerli a non fuggire deve mandarli in vacanza nel paese dei balocchi a fare scorta di idiozia… Molti hanno paura per le sorti del popolo tedesco e d’Europa, io provo terrore di fronte alle tenebre che si stendono di là dal muro. E di qua.

Nulla è servito. Il socialismo sta morendo, se pure è mai vissuto. Di fronte a tutto questo io non ho più niente da dire né da fare. un vuoto pauroso… Mi sento solo.

Stupidi…

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16.XI

Ieri sera, naturalmente, c’è stata un’altra manifestazione. Noto un progressivo radicalizzarsi e differenziarsi delle posizioni: si va dall’aperta richiesta della Wiedervereinigung, professata con molta retorica da striscioni tipo: “Die Sonne muss noch über Deutschland scheinen”; a programmi più moderati di riforme economico-sociali nella DDR. Un volantino del Neues Forum che sono stato pronto ad accaparrarmi dice infatti che “per noi la Wiedervereinigung non è un tema, perché la nostra azione parte dall’assetto bilaterale della Germania, e non è volta alla reintroduzione del capitalismo. Noi vogliamo le riforme qui in DDR, e non ci accontentiamo dei visti liberi: i nostri problemi vanno risolti nella DDR”. Parecchi anche gli striscioni ecologici e religiosi. Le manifestazioni partono tutte da un assembramento dietro e intorno al duomo, con prediche del pastore e musica d’organo.

Un professore dell’Università, assai pessimista, mi diceva: “Io sono comunista e lo sarei in qualsiasi paese vivessi, ma la fiducia della gente nella SED è bassissima: è diventato quasi un luogo comune considerarci tutti degli opportunisti… Stasera abbiamo un attivo al partito e non sappiamo proprio che fare. Molti pensano che sarebbe meglio sciogliere la SED e fondare un partito nuovo”.

Mala tempora currunt, e non sono sicuro che non ne correranno anche di peggiori…

Questa non è una perestrojka diretta dall’alto come era (almeno all’inizio) quella sovietica: qui tutto avviene spontaneamente, a velocità incredibile e quasi del tutto indipendentemente dalla volontà di chi siede ai posti di controllo. Gli avvenimenti di questo tipo hanno un nome: rivoluzioni. Sì, è una rivoluzione questa, una rivoluzione strana, senza spargimento di sangue (per ora), ma basata su circostanze non meno drammatiche: era ovvio che con l’allentarsi del vincolo reciproco fra i paesi socialisti, le contraddizioni aberranti di questo Stato esplodessero. Fughe di massa, manifestazioni immense (500.000 persone in piazza in un Paese di 15 milioni di abitanti) da un giorno all’altro, in un posto dove perfino le associazioni ecologiste erano vietate…

I comunisti con cui ho avuto modo di parlare erano parecchio demoralizzati e il partito è talmente screditato che molti ventilano l’idea di scioglierlo e di fondarne uno nuovo. Le manifestazioni, pur diminuendo di numero, si fanno sempre più incisive per quanto riguarda il contenuto politico: le posizioni si concretizzano, si differenziano, si radicalizzano… All’inizio gli slogan erano molto semplici, direi semplicistici: basta censura, frontiere aperte, nuovo governo. Ma ormai i gruppi politici si sono organizzati (alcuni, come Neues Forum, sono già molto grossi) e gli accesissimi, continui dibattiti hanno portato alla stesura di programmi articolati. Nessun gruppo organizzato è contrario in linea di principio alla “bistatalità” della Germania, e all’ordinamento socialista, ma questo per il semplice motivo che chi avversa questi principi non mira a costituirsi in gruppo organizzato nell’ambito della Ddr, ma semplicemente propugna la fusione con la Brd o addirittura si risolve alla fuga individuale. In realtà esiste un movimento d’opinione sempre più ampio a favore della Wiedervereinigung, ed è proprio questo il fronte su cui qui si combatte la battaglia politica decisiva, non certo quello fra Sed e “gruppi democratici”, visto che sicuramente il partito sarà costretto, se non a cedere le armi, almeno a patteggiare con Neues Forum per fare fronte comune contro l’altro, ben più grande pericolo.

Di fronte a ciò, le misure tampone come la sostanziale apertura del muro e la distribuzione di valuta alla gente non sono che palliativi, magari buoni a frenare almeno temporaneamente la fuga attraverso l’Ungheria, ma a lungo andare anche dannose: la stessa esistenza della Ddr è appesa a un filo, e sta a Neues Forum, agli altri gruppi e ai comunisti superstiti salvare il Paese. Sicuramente si arriverà a “libere elezioni”, ed effettivamente un ampio governo “socialdemocratico” che avviasse il Paese a un’economia mista potrebbe essere una soluzione. Incrociamo le dita…

È fantascienza, orrida anti-utopia quella che stiamo vivendo, e come abbiamo potuto in passato essere così ciechi da non capire cosa stava covando sotto la cenere? Brežnev, i carri armati, il ristagno, la crisi… Ora si tratta proprio di ricominciare da zero!

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1.XII

L’appello di Stefan Heim “Für unseres Land” è scoppiato come una bomba nella società della Ddr. È uscito solo tre giorni fa ma lo si può vedere attaccato dovunque: all’università, nei negozi, per strada, e dovunque la gente lo sottoscrive con la propria firma. In questo momento, l’esistenza della Ddr sembra proprio appesa a un filo fra l’incudine della crisi morale, della “voglia di consumismo”, e il martello dei rapaci prestiti economici della Brd, i cui politici già trattano la Germania orientale come terra di conquista per fare il pieno di voti a destra alle prossime elezioni. Non si poteva pensare a un richiamo morale più nobile, diretto e squillante, la gente si schiererà una volta per tutte, e voglia il cielo che questa grande possibilità di un socialismo democratico nel cuore d’Europa non sia solo un sogno…

 

O cercheremo di difendere l’autonomia della Ddr e – con tutte le nostre forze e insieme agli Stati e ai gruppi d’interesse pronti a ciò – di sviluppare nel nostro Paese una società solidale in cui siano tutelate pace e giustizia sociale, libertà dei singoli, libera circolazione di tutti e protezione dell’ambiente.

Oppure dovremo tollerare che – imposta dalle forti forme di coercizione economica e dalle condizioni inaccettabili a cui influenti circoli economici e politici della Brd subordinano il proprio aiuto alla Ddr – inizi una svendita dei nostri valori materiali e morali, e che prima o poi la Repubblica democratica tedesca venga annessa dalla Repubblica federale tedesca.

Seguiamo la prima via. Abbiamo ancora la possibilità di costruire un’alternativa socialista alla Repubblica federale, in rapporti di vicinato paritario con tutti gli Stati d’Europa. Possiamo ancora ispirarci ai valori antifascisti e umanistici da cui avevamo un tempo preso le mosse (S. Heim).

La situazione si complica, si diversifica, si allarga e si espande a dismisura dandomi un senso di vertigine. Nei due mesi passati e in quelli che seguiranno, in un arco di spazio che copre la Germania del Nord, si sta decidendo il destino d’Europa per i prossimi 500 anni. È buffo come luoghi dall’aspetto così ordinario, perfino grigio, persone così semplici, messesi a far politica da un mese sì e no, giochino un simile ruolo immenso. Lipsia non è Milano, non è Londra, gli anonimi oratori che strillano dalla scalinata dell’Opera, qui a Lipsia, e lo scrittore S. Heim non sono Bush e la Tatcher, ma cosa sono, dove sono, ora, Milano, Londra? Dove saranno Bush e la Tatcher fra dieci anni? Chi se ne ricorderà? Il mondo ricorderà a lungo questo paese e questa gente, comunque vada a finire!

Ed è impressionante come questo fiume in piena della storia nel suo correre si intrecci e si rifletta nei milioni di vite che vi danzano come riflessi del sole.

9.XII

Lunedì siamo andati alla Montagsdemo, ricavandone impressioni assai inquietanti: le bandiere tedesche si erano moltiplicate, ingigantite, e il rosso-nero-oro dominava il centro della manifestazione, sotto la scalinata dell’Opera. Grida isteriche, slogan anticomunisti, facce da stadio e tanta violenza repressa. La situazione sta degenerando. Questo lunedì tutti andranno con la piena consapevolezza che ci sarà violenza, molto probabilmente. Ormai manca solo un pelo. Gli studenti progressisti si stanno organizzando, nascono circoli socialisti “für unseres Land”.

19.I.1990

Un lunedì come un altro, qui a Lipsia. Passato senza che nessuno se ne accorgesse il periodo “eroico” delle lotte di strada, delle adunate oceaniche di fronte alla polizia schierata, delle proteste per una vita più giusta gridate da un megafono gracchiante, passato pian piano l’entusiasmo è rimasta la rabbia repressa e la voglia di sfogarla brutalmente. Una folla ululante è accalcata in piazza Marx, intorno alla scalinata dell’Opera, illuminata da potenti riflettori. Bandiere nero-rosso-oro di tutte le dimensioni ondeggiano sulla folla come la criniera di un cavallo fantastico, striscioni nazionalisti in abbondanza. Si parla poco, ma se qualcuno prende la parola l’intera piazza rimbomba di un ruggito potentemente amplificato. Scene che offrono squarci impressionanti di passato, di futuro. Storia umana, brutale…

Lungi ormai dall’essere una romantica avventura, la “Montagsdemo” sta diventando un business: furgoni attrezzatissimi di flemmatici giornalisti occidentali e chioschi di salsicce circondano ora l’assembramento al posto dei furgoni della polizia, e la maggior parte della gente mi sembra che partecipi all’assembramento più o meno con lo stesso spirito con cui andrebbe allo stadio: tanti musi istupiditi dall’alcool, coi piccoli occhietti che guizzano in cerca di qualcuno con cui prendersela. E così, la massa scivola stolidamente verso il proprio futuro.

“Ma c’è un cesso dove pisciare in questo ‘primo Stato degli operai e dei contadini sul suolo tedesco’”? – mi chiede un giornalista occidentale, prendendomi per uno sfigato dell’Est. Belle battute, bella fratellanza…

In disparte, sotto la Gewandhaus, l’ambiente è tutt’altro: un gruppetto di “Linke” si riunisce qui tutti i lunedì, senza osare ormai entrare direttamente nella “Demo”: discutono e cercano di farsi vedere da quei pochi che hanno voglia di guardare così lontano. Visi caldi, simpatici, gente ammantata dal tricolore col martello e il compasso… E discutono animatamente, lanciando sguardi inquieti sulla folla ululante. In mezzo a loro io sto bene, è la mia gente… ma i tempi hanno denti e unghie aguzze, i tempi macinano vite e destini come carri armati, e il coraggio senza una spada non basterà.

20.I

Fra pochi giorni ci sarà una Versammlung degli studenti dello Herder Institut, in cui si discuterà sul modo migliore per difenderci dall’ondata di xenofobia violenta che si sta diffondendo nella città. Ignoti sono penetrati un paio di notti fa nel pensionato della 17-Oktober-Strasse con scritte e simbologie inequivocabili. Sempre al portone del pensionato stazionano spesso figuri dalle teste rasate che minacciano gli studenti neri e asiatici. C’è tensione in giro: dovunque avvengono assalti alle caserme e agli archivi della Stasi, la polizia pare non esistere, ed è ben strano che non succeda di peggio, date le manifestazioni continue. Questo paese somiglia sempre più a una bomba a orologeria.

22.I

Cena dagli amici, ieri sera. È incredibile come in un mesetto e mezzo il clima della serata sia cambiato, e in peggio: a dicembre ricordo come i vari movimenti e partiti non venissero presi poi troppo sul serio, così come la possibilità di una Wiedevereinigung o dello strangolamento economico del Paese. Ben diverso ieri sera: l’inquietudine, la paura han preso il posto dell’incredulità, e la sensazione di vivere come in un incubo…

La Ddr è una nave che affonda, e l’emorragia di gente, di forza lavoro e di cervelli è inarrestabile, i tentacoli della Brd si stanno già impadronendo dei centri vitali del Paese. “Lavorare come in Ddr e vivere come in Baviera?” Fra i tanti begli ideali e speranze, già nuvole nere si addensano sul capo di molti: oscure storie di licenziamenti di massa, di violenze, centinaia di compagni che rendono la tessera per paura di perdere il lavoro, una sinistra senza sbocchi, senza appigli e senza contatto con la popolazione; una sinistra che attende con gli occhi sbarrati la catastrofe, quando molti, troppo tardi, si risveglieranno dall’ubriacatura… Dio ci salvi dalla Germania di domani!

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10.II

Un popolo intero in profonda, drammatica crisi esistenziale, come solo i tedeschi la sanno avere… La “civiltà” della Ddr ha sempre trovato la sua essenza, la sua ragion d’essere nel confronto, nella contrapposizione con l’altra Germania (o forse con l’idea totale di Germania), specchio e vero e proprio Gegen-stand della propria coscienza a tutti i livelli: politico, materiale, culturale, etico… Tutti, chi più chi meno, sono cresciuti impregnati di questo, e questa capitolazione, questa stracciata bandiera bianca sulle rovine è una spada che taglia le coscienze, ne scioglie il nodo gordiano in energie e forze contrastanti, e questo, per un popolo “entweder-oder” come il tedesco, è qualcosa che oltrepassa qualsiasi capacità di comprensione e di sopportazione. Fuggire lontano, impugnare una bandiera di violenza e di morte, marciare, rifugiarsi tetramente in un angolo, bere, suicidarsi… Ognuno si prende la testa fra le mani come sa, ma la spada fiammeggiante resta, e spegnerla più non si può.

16.II

Saputo solo oggi che il secondo congresso studentesco intertedesco si tiene qui a Lipsia (dopo il primo di gennaio). Naturalmente mi ci sono fiondato. Il tutto si svolge nel geometrico Auditorium dell’Università. Nell’atrio, centinaia di giovani si accalcano intorno all’accettazione, agli stand delle diverse associazioni presenti e, naturalmente, attorno al buffet. Difficile distinguere gli studenti della Ddr da quelli occidentali. Il plenum di apertura si terrà solo fra un’oretta. Inganno il tempo sorseggiando una birra nel corridoio.

Più tardi. Dietro alla tribuna campeggia un enorme striscione giallo:

GRENZEN-LOSE ZUKUNFT STATT NATIONALER VERAINNAHMUNG

(Un futuro senza confini, al posto di un incasso nazionale)

Che è anche il motto del congresso. Niente male… Ma se non seguiranno iniziative più concrete… Beh, lo sappiamo come stanno andando in realtà le cose.

I soliti studenti… Non sono poi tanto diversi da quelli che “occupano” le nostre Università ogni cinque anni. A me risultano comunque più spigliati e un po’ più sicuri di sé. Sono così tedeschi… si sente che qui batte il cuore d’Europa. Da noi batte solo il sole, assemblea più, assemblea meno…

Cosa dicono. Gli studenti nella grande maggioranza non hanno preso parte alle giornate di ottobre, a parte tanti discorsi. Una vera iniziativa di portata nazionale si è avuta in gennaio col congresso di Düsseldorf, con lo slogan “Wieder diese Vereinigung: unseres Haus ist Europa” (“Contro questa unificazione. La nostra casa è l’Europa”), ma molti partecipanti rimasero delusi perché si parlava soprattutto dei problemi della Ddr. Per questo congresso si è scelto dunque uno slogan più ampio ma al tempo stesso anche più determinato, anche perché il correre degli avvenimenti sta prendendo una piega rovinosa.

La problematica va affrontata su tre piani: la Ddr nel complesso, e qui la mancanza di identità e di speranze per il futuro (economia rovinata) spinge la maggioranza a favore della Wiedervereinigung, oltre a quelli che sono ormai semplicemente convinti che non ci sia nient’altro da fare; Lipsia, con le sue manifestazioni sempre più scioviniste; gli studenti, che a ottobre non si presero la responsabilità di partecipare alle manifestazioni, visto il rischio di venir sbattuti fuori. C’è forse da stupirsi che ora non abbiano alcuna fiducia nelle proprie forze? La maggioranza di loro, pur rendendosi conto della piega rovinosa, è oltretutto demoralizzata dalla violenza perpetrata per decenni dall’ex governo sugli ideali dell’internazionalismo, ai quali ora ci si dovrebbe appoggiare.

Un tizio di Francoforte sul Reno fa notare come l’unificazione non sia che un’annessione del territorio della Ddr, dato che nella Brd non è in corso alcun dibattito su eventuali cambiamenti economici o istituzionali che l’unità dovrebbe portare. Ma questo, qui lo capiscono già alla perfezione…

In Ddr, il crollo di fatto del potere economico-politico del centro ha creato un vacuum riempito dal cosiddetto “mittel-Management”, ovvero direttori di fabbrica, retori universitari, etc., la cui influenza spinge inesorabilmente la Ddr nell’abbraccio politico ed economico della Brd. Il problema starebbe nel riuscire a dare veramente la gestione delle unità produttive alla base.

Naturalmente, dopo il dibattito, l’assemblea si scioglie e la gente si disperde per andare a bere e a ballare. Nell’atrio, il gruppo punk “Defloration” (Lipsia) prova gli amplificatori. L’allegra baraonda è aumentata dall’arrivo improvviso di circa 300 Jusos (giovani Spd) dalla Germania federale, che si accalcano all’accettazione mentre gli altri premono verso la Moriz-Bastei. Come al solito: prima si parla dei massimi sistemi, poi finisce tutto in svacco…

17.II

Stamattina, caotico formicolio nell’atrio, gente variopinta e umidiccia (fuori piove) ciondola fra gli stand politici e nei corridoi dei piani superiori, dove l’unica attività disciplinata è quella dell’Imbiss. Si sono riuniti qua e là almeno una decina di “Deutsch-deutsche Arbeitsgruppen” (gruppi di lavoro “tedesco-tedeschi”) per ogni corso di laurea, ma l’impressione che ho avuto è stata terribilmente caotica.

Ore 14.15. Riunioni nei vari auditori sui problemi in programma. Io sono in quella dove si tratta dell’unificazione. Idee confuse. Più o meno le idee sono queste: una minoranza dice sì alla riunificazione perché quello che ci serve ora sono quattrini e pace sociale. La maggioranza dice no alla riunificazione “perché è fatta sulla testa della gente e (soprattutto) degli studenti”. Anch’io intervengo, dicendo che gli studenti da soli non sono una forza sociale, ma di opinione, e che i gruppi studenteschi orientati contro l’annessione dovrebbero andare a vedere che dicono gli operai delle fabbriche di stato e cercare con loro una piattaforma comune contro lo strapotere della Deutsche Bank. Non è che mi cachino molto. Ma tanto a che servirebbe, in una situazione del genere?

Ore 18.30. Siamo nella grande e spoglia Kalinin-Mensa, fiocamente illuminata e caoticamente stipata di tavoli e sedie. Fumo. Ci dovrebbe essere una riunione plenaria per riferire sul lavoro dei gruppi, e infatti poco a poco il tavolo della presidenza si riempie di facce note: il biondo del plenum d’apertura, un incredibile capellone austriaco che aveva parlato oggi, la cicciona degli Jusos che dirigeva oggi il dibattito sulla Wiedervereinigung. Alla fine del dibattito le avevo espressamente chiesto perché non si buttava giù un abbozzo di documento, ma quella, evasiva, mi risponde che per ora è importante discutere e che i punti salienti verranno poi sunteggiati in un secondo momento (da chi? Secondo quali criteri? Ma cosa importa, poi?).

Ci saranno ora un 500 persone. Si esordisce con l’annuncio che domani in piazza Karl Marx parlerà Theo Weigel, ministro delle finanze Brd e ultraconservatore bavarese, al comizio della neonata (sotto auspici della Csu bavarese) “Deutsche Soziale Union”. La cosa suscita fischi e risate a volontà, dato che la partecipazione pubblica di un leader occidentale a un’iniziativa politica in quella che è ancora la Ddr è contraria ai patti presi in precedenza fra i due Stati. Per il resto, i relatori dei gruppi di oggi sono spariti tutti. Mai visto un congresso organizzato così a cazzo.

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18.II

Si comincia a discutere sul fatto che Weigel parlerà oggi in Karl Marx Platz e che bisogna organizzare una protesta. Dopo un po’ che si va avanti su questo tema e che ciascuno senza fretta dice la sua, una delle due bionde alla tribuna nota che proprio non si può chiudere la seduta se i gruppi non riferiscono almeno qualche tema concreto di discussione: “Ma che ci siete stati a fare, lì, tutto ieri?!” Un tizio mai visto si alza e a nome del nostro gruppo ripete le cazzate di ieri sera: ruolo degli studenti nel dibattito sulla Wiedervereinigung, problemi per gli studenti nel caso che essa avvenga… Studenti, studenti, studenti… Una, cinque, venti mani si agitano contemporaneamente in aria, inizia il solito dibattito sconfinato e uniforme come il mare.

Resisto un altro po’, poi me ne vado, sfuggendo, nell’atrio, ai soliti trockisti che tentano di arpionarmi.

20.II

Due giorni fa, dopo aver studiato un po’, mi sono incamminato sotto una pioggerellina rada verso Karl Marx Platz. Ero tranquillo, un po’ assonnato. Man mano che mi avvicinavo alla meta mi scorrevano accanto striscioni nazionalisti, colori noti, mani tese, visi malevoli. Ostili frammenti di vita. Frammenti, poi una fiumana. La piazza mi si spalanca di fronte, ora, posseduta come non mai da una forza ostile. C’erano forse trentamila persone, una massa tesa verso la scalinata dell’Operhaus, dalla balconata vivamente ammantata di nero-rosso-oro intorno allo striscione giallo a me ben noto – “Grenzenlose Zukunft statt nationaler Verainnahmung”. Da lontano, il serpente giallo sembrava lottare contro flutti che tentavano di sommergerlo: si torceva, si tendeva spasmodico. Man mano che mi avvicino comincio a distinguere voci e volti. Insieme, in prima fila, reggevano lo striscione, sforzando di tenerlo ben alto e visibile alla folla che si andava assiepando, mentre dietro a loro, schiacciati contro le colonne dell’opera, alcune decine di ragazzi e ragazze guardavano le spalle e cercavano di controbattere gli slogan scanditi dalla folla.

Mi faccio largo fra la folla e mi ritrovo con un lembo di striscione in mano. La nostra voce è sommersa dal tumulto roco di “Rote raus, Rote raus!” Non si vede nulla al di là dello striscione, ma i corpi si torcono e premono sempre più decisi contro la tela, mani cercano di afferrarla. Mi sembra quasi di sentire i fiati carichi d’odio. Una delle nostre, una ragazza con la bandiera della Ddr intorno al collo, abbassa per un attimo il telo, e, in faccia alla folla, coi capelli scarmigliati e il volto contratto in una smorfia, brandisce alto un fascio di volantini con la faccia di Weigel, e mentre li squarcia e li getta tutt’intorno ruggisce: “Freiheit! Freiheit statt Kapital!” Poi si ritira dietro alla tela, appoggiandosi un po’ ansimante alla colonna.

La gente ora è proprio incazzata e, come a un segnale, scoppia una banda di ottoni bavarese ad annunciare l’ingresso di Sua Maestà. Le bandiere tedesche ci soffocano e ci frustano da tutte le parti, grida e cazzotti si abbattono sul nostro fronte con sempre maggior violenza. Un tizio grande e grosso alla mia destra sibila: “Ci dobbiamo ritirare o qua finisce male”. Sempre tenendo lo striscione ben alto ci ritiriamo di lato dalla scalinata e sgusciamo fuori dalla folla proprio mentre inizia il comizio. Accompagnati da commenti sprezzanti (“Ecco i rossi!” “Tutti al muro!” Paradossalmente, è solo un propagandista della Dsu a rivolgerci un sorriso compassionevole: “Ma se andaste a lavorare?” “Meglio il nostro lavoro del tuo!”), ci ritiriamo davanti alla fontana dove stava già il grosso dei compagni. Non riesco neanche a sentire Weigel, dal casino che facciamo. Stringendo ancora un lembo dello striscione, fondo la mia voce tesa al massimo con decine di altre in una versione multilingue de “L’internazionale”, roca, discorde, incapace di sovrastare gli altoparlanti, le bandiere, i grassi pescecani lassù in tribuna.

Selciato duro sotto i piedi. Vi balla una marea di gente. Riflettori potenti, ondate di rumori. Tutt’intorno la notte ed edifici scuri, chiusi sulla piazza come un guscio, come un pugno.

I piedi mordono il selciato ondeggiante, le mani stringono tela consunta, la artigliano disperati, disputandosela, scuotendola, lacerandola. Ed il loro peso, il loro numero prevale. Sempre più decisi, sempre più forti ci schiacciano: parte un gruppo al grido di “Linke Terroristen, rote Faschisten” e ci strappa lo striscione, inghiottito dal mare umano, e questo significa pericolo. Ci circondano a gruppetti.

I ragazzi ormai fuggono disordinatamente, ed ecco che dalla folla schizzano fuori una decina di energumeni rasati , gli stivali velocissimi sul cemento, mazze di legno in pugno, e si lanciano alla rincorsa, silenziosi, col volto contratto e concentrato come per un lavoro di precisione. Ho visto i loro occhi… Raggiungono alcuni compagni, li afferrano per i capelli, li sbattono a terra, li prendono a calci e via.

Silenzio, ora. Mi avvicino a un capannello immobile, e nel cerchio dei volti ammutoliti, in una pozza di sangue giace una ragazza. Quegli occhi da animale braccato, sgomento, quella bocca socchiusa, contratta, da cui colava un filo di sangue…

*Guido Carpi (1968) è professore associato di Letteratura russa all’Università di Pisa. Nell’inverno 1989-1990 si trovava a Lipsia per perfezionare la conoscenza delle lingue tedesca e polacca. All’epoca, era un simpatizzante per la terza mozione (cossuttiana) al congresso di scioglimento del Pci. In seguito, ha militato nel Prc e nel Pdci e ha collaborato con “La rinascita della sinistra”.

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