Steppenwolf, o la tragedia dell’homo clausus

steppenwolf

Anni 20 del XX secolo, Germania. Il Lupo della steppa è l’inno, o meglio, la parabola di quella torsione esistenziale causata dalla Prima Guerra, nella quale tutte le aspirazioni moderniste dei primi anni del secolo sono evaporate lentamente, nei lunghi anni delle lunghe trincee. Cosa sia veramente successo ai popoli che si sono interfacciati l’uno contro l’altro attraverso il “medium” inedito di un conflitto mondiale, possiamo intravvederlo e conoscerlo con i resoconti di guerra, con i romanzi al fronte, ma questa letteratura ‘esplicitamente’ di guerra trova un senso solo se accompagnata e completata dai racconti del ‘dopo’ (Ad esempio J. Roth “La cripta dei cappuccini”).

Ecco, Hesse, in questo lavoro, in più occasioni ne mostra gli effetti perturbanti, di lungo corso, punta il dito sull’orizzonte nuovo aperto con le ferite di guerra. Alle spalle la grande tradizione tedesca, da Mozart a Goethe, dinnanzi la metropoli, il jazz, il grammofono, la radio, il cinema. Il Lupo è solo con tutti, la sua qualità è la separatezza, l’inquietudine, la chiusura narcisistica (infelice) in un quotidiano di ‘mediocri eccessi’. La sua steppa è una folla di figure eccentriche, borghesi e proletarie – poco conta ormai nell’appiattimento generale della metropoli post-bellica. Il Lupo nel suo disordine interno è in grado di scorgere al di là del proprio presente una nuova guerra ‘da farsi’, inevitabile, così come sa con rassegnazione che la grande tradizione tedesca è destinata ad essere ridotta a pretesto, a hobby per colmare di identità un presente anonimo. La steppa sociale in cui vive il Lupo è luogo di insidie e tentazioni. Nulla di particolare: il massimo che può offrire la metropoli sono rimedi iperstimolanti, danze turbinose, droghe euforiche, insomma la messa in scena di dimensioni parallele che nella loro irrealtà dovrebbero quantomeno ammorbidire il ghigno serio del Lupo. Ma il Lupo è un vero lupo e la sua risposta sarà davvero agghiacciante – al di là delle menzogne che dichiara il personaggio ai propri spettri inquisitori, in particolar modo al suo beneamato Mozart.

Hesse, in sintesi, traccia un quadro perfetto della tragedia dell’homo clausus (Norbert Elias), l’essere umano ripiegato in se stesso, in una vana ricerca di senso che non può essere ri-trovata all’interno di sé ma, semmai, soltanto nella relazione col mondo. Infine, il testo stesso è un guscio anch’esso più volte ripiegato in se stesso. Hesse narra di un uomo (nipote dell’albergatrice) che narra di un uomo (Harry) che narra di un uomo (l’autore di un libretto) che narra di un uomo (il Lupo della steppa). Poco conta se si tratta di un lavoro velatamente autobiografico, per via delle iniziali HH del protagonista che corrispondo a quelle appunto di Hermann Hesse. Quello che conta è il destino di uno scrittore contemporaneo che non può fare a meno di far raccontare storie ai propri personaggi, poiché questi condividono con lui la condizione di autore, di soggetto narratore della storia. Il nipote dell’albergatrice, Harry e l’autore anonimo del libretto, sono tre autori distinti che orbitano attorno alla figura “Lupo della steppa”, una figura che, in modi diversi, tutti e tre denunciano come un “malattia da curare”. Lo stesso Hesse dichiara alla fine che il suo racconto voleva mostrare una guarigione più che una malattia, ma – volendo proseguire questo gioco a scatole concentriche – questa dichiarazione risulta sospetta. La guarigione di cui parla l’autore assume l’aspetto di una tentazione, più precisamente è la promessa borghese di un luogo di equilibrio, simboleggiato nel mezzanino delle scale della pensione, un luogo in cui è possibile respirare, nel profumo dei fiori quotidianamente esposti da un’ospite, un’atmosfera buona e ordinata. È la promessa cristiana (cattolica e protestante) di una vita eterna in terra, è lo spirito borghese di una serena vita esteriore: l’homo oeconomicus.

RC

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