Vegetariano ipocrita e felice. Pesci coglioni, Veronesi e buoni sentimenti

Sono vegetariano da oltre due anni e mi reputo soddisfatto della mia scelta, innescata prima di tutto da un movente etico: meno carne nel piatto, più cibo per tutti. Lo dice Umberto Veronesi, persona favorevole a cose ottime e cose turpi, ma di assoluta luminosità. E non ho certo bisogno di fare tante verifiche per fidarmi, magari eccitato da questa terribile epoca del fact checking o del fact quotidiano. Mi fido di una persona per bene, punto. E sento che privandomi della carne riesco banalmente a fare qualcosa di buono. Pensare, semplificando, di dare cibo ai poveri, mi disturba, come mi disturbano We Are The World, Bob Geldof e cose del genere. Ma mi fa anche piacere, visto che la mia vita, soprattutto per il patologico timore di non saper gestire l’impegno civile senza farlo sconfinare nel dramma della retorica, è, appunto, ben poco civilmente impegnata. Invece, rinunziando alle fettine e alle salsicce, sento di fare cosa buona e giusta. In verità senza grandi sforzi, non essendo mai stato un carnivoro di prim’ordine. Comunque, la mia dieta è cambiata radicalmente – la ciccia non è sempre prima donna, ma sovente ripieno o rinforzino – e cerco di indirizzare al vegetarianesimo il prossimo mio, naturalmente con i persuasivi e civili strumenti dell’educazione, e non con quelli, tipici del vegetariano medio, della minaccia e dell’accusa dipietrista.

Tuttavia, la scelta vegetariana è anche legata al mio rapporto con gli animali. E non è un caso che io sia vegetariano più o meno da quando ho prelevato dal canile un incantevole e simpatico bastardino. Non il solo cane con il quale abbia avuto a che fare domesticamente, ma senza dubbio il primo che mi riconosce come padrone (e come un mix di padre lassista e fratello stupido). Negli occhi, nella tenerezza, nella comprensione e nell’intelligenza di Camillo, che ora ha tre anni e mezzo, mi par di vedere il riflesso di quella regione più complessa del regno animale. Fatta di creature elaborate, enigmatiche, comunicative. Con le quali possiamo cadere in comunione sentimentale. Cani, gatti, ovvio. Ma anche cavalli, mucche, vitelli, capre, pecore, maiali. Abitanti del Creato non umani, ma ben capaci di quasi umano “sentire”, di soffrire oltre la superficie, di provare paure angoscianti. Per questo, non commestibili.

La motivazione terzomondista è stata la prima a bussare. Spavalda, virile. Ma la seconda, quella sentimentale, c’è. S’è manifestata dopo, ma questo non significa che non ci fosse anche prima. E, per quanto radicata, mi riesce comunque difficile declinarla per tutte le bestie. D’altronde ho già enunciato le mie preferenze verso i classici animali domestici (gallinelle incluse), i bovini, gli equini, gli ovini. Per quanto riguarda gli uccelli, per esempio, per vederli con un po’ di affetto devo pensare a certi passerotti che mi danzano sul terrazzo la mattina, aspettando che la tovaglia della colazione, scrollata, liberi il loro tesoro di briciole. Ad ogni modo, freddi come sono gran parte dei volatili, per non mangiarli – oltre al fatto che non li gradisco né è facile trovarseli nel piatto – credo sia più semplice pensare al ribrezzo che dovrebbero suscitare la caccia, i cacciatori e quelli che parlano della viagresca attività venatoria come di uno sport, di una cultura.

Il pesce, con ipocrisia, lo consumo. E lo gradisco. Non sento comunione con i pesci, anche se non nascondo d’averne visti soffrire, soffocando, appena imbarcati. Momenti nei quali, tuttavia, ho creduto più opportuno decapitarli, che ributtarli in acqua. A un vegetariano totale – anzi, vero, a differenza mia – che mi faceva la predica, ho risposto una volta che mangio i pesci “perché sono coglioni”. Non so bene cosa significhi. Ma rende l’idea.

Questo modo di ragionare autorizza anche a fare distinzioni tra quegli animali dei quali non intendo più cibarmi. Diversi villeggiatori dell’antropologia ben attenti a difendere il pianeta dalla violenza occidentale, mi hanno spiegato che gli asiatici che mangiano cani non devono dare scandalo; come noi mangiamo maiali e vitelli, loro si cibano anche di migliori amici dell’uomo. Un fatto culturale, quindi. Che fa scalpore solo perché le nostra abitudini sono differenti. Invece per me non è così. Non mangio né maiali né cani, ma tra mangiare un porco e un bau bau c’è una bella differenza. Il cane nasce e si sviluppa quasi in simbiosi con l’uomo. Non è un bel ringraziamento trasformarlo da alleato millenario in pietanza. Ci vuole una bella dose di coraggio e cattiveria per cibarsi di un animale tanto intelligente e sorprendente quanto il cane.

La parzialità del mio vegetarianesimo ha anche altri filoni. Per esempio, se invitato, non evito la carne. Non me ne abbuffo, né faccio il bis. Ma non pretendo menù alternativi, né lascio il piatto pieno, o liberato dal solo contorno. Una soluzione forse pavida, ma sostenuta dal già menzionato movente terzomondista. Dopo tutto, se non ci fossero vegetariani, ma ogni occidentale mangiasse pollo due volte al mese, i benefici sarebbero enormi, credo, per quando concerne la riduzione dell’ecologicamente pesante produzione di carne (ma saremmo tutti assassini, come direbbe qualche svitato). Inoltre, questo conciliante atteggiamento da vegetariano ben educato è piacevolmente utile sia per attaccare un discorso sul tema (“Faccio un’eccezione, ma dovete sapere che…”) e provare a far proseliti tra commensali mediamente soddisfatti di avere a che fare con un vegeteriano atipico, ovvero non armato.

Una divertente postilla sul tema vegetarianesimo la consente l’ormai tradizionale diatriba sull’agnello a Pasqua. Prima di tutto, vanno difesi coloro che, ipocritamente, mangiano carne tutto l’anno, ma per la Resurrezione di Nostro Signore evitano l’agnellino. Perché vegetariani solo un giorno all’anno e solo per l’agnello? Perché è un cucciolo e fa tenerezza. Allo squadrismo vegetariano questo argomento non va bene. A me sì. Secondo punto: tra chi interviene pubblicamente a favore del mangiare agnello pasquale ci sono due categorie. I cattolici “tradizionalisti” (termine poco sensato, ma utile per farsi capire) e il lettore medio di Wired. I primi, con un benaltrismo un po’ gore, sostengono che non ha senso non cibarsi di agnellini se si è favorevoli all’aborto. Magari dicono anche che gli agnellini sono carini, ma visto che è pieno di stronzi abortisti che non riescono a provare tenerezza per un feto (che vale più di un agnello, in effetti), allora non si fanno certo mancare il fritto ovino più atteso dell’anno. La seconda schiera, molto darwiniana e ingegneristica, insegna che siamo onnivori e ottusamente oppone il suo mondo progressista, tecnologico e ben orientato a ogni istanza considerata romantica, irrazionale, sentimentale. Queste due categorie così diverse e per alcuni tratti opposte hanno in un certo senso una comune visione del regno animale, inquadrato alla stregua di una cosa che esiste, va un po’ rispettata, ma è nella piena disponibilità dell’uomo. Altro punto comune: un rapporto goloso con la carne, ma difficile con la carnalità.

Conclusione? Il mio vegetaranesimo è un pochino utile al pianeta – grazie ad esso cavalco una chimera degna di Lisa Simpson – e, intriso di tenerezza, non ha problemi a nutrirsi di sentimenti. Senza studio, senza mediazione, accettando quelle gioie umane che aridi commentatori magari recintano nella casella dell’ipocrisia. Ulteriore conclusione? Se non mangio carne (con tutte le deroghe elencate), non è perché reputo gli animali allo stesso livello dell’uomo (o ad esso superiori), ma proprio perché l’uomo è in cima alla piramide e da questa assolata posizione ha tutto il dovere e la facoltà di guardarsi attorno, scoprire che non dovrà imbracciare arco e frecce mentre la sua pelosa famiglia lo attende nella caverna e lavorare per un rapporto armonico e adeguato con il regno animale.

NR

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Andacht ha detto:

    Questo articolo è magnificamente rappresentativo dell’autoreferenzialità dell’homo clausus

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