Il coraggio di un’arte contemporanea, e di un mondo

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Lo Sgargabonzi fa ridere. Perché? Non c’è bisogno di chiederselo per goderne. Ma è interessante tentare un breve studio che in parte va alla caccia dello “specifico” dello Sgargabonzi, un po’ come certi studi si sono chiesti quali sono le peculiarità di diverse forme artistiche. Cioè perché il cinema è cinema, perché il teatro è teatro, e così via. Ecco, cosa rende Lo Sgargabonzi… Lo Sgargabonzi? Senza pretesa di esaustività, né di sintesi, si può azzardare una breve rassegna di alcune sue particolari leve, considerando come campo di studio la pagina Facebook, oggetto ben diverso dai libri o dai live.

SOTTO IL NASO (la prima cosa che ti viene in mente)
Capita di essere così abituati a vivere con due elefanti in casa da non accorgersene. Eppure, spesso, sono pachidermi problematici, ricchi di spunti. In altri termini, c’è un complesso di temi e valori granitico, che viene comunemente dato per non scomponibile. Ma una volta coraggiosamente schiuso, produce frutto sostanzioso. Si tratta di cose sia provvisorie – mi viene in mente il potenziale comico insito nella dominazione del linguaggio da parte delle locuzioni del momento, usate probabilmente senza rendersi conto dell’autoimbalsamazione del parlante: pensiamo al Lo Sgarga che surfa sui “Mi fa salire il nazismo” o, cavalcando la contemporanea ossessione della schiettezza, della sincerità, dei cavalieri solitari che ci mettono la faccia, sull’essere “pazzi”, “crazy” -, sia più radicate nella società. Mi viene in mente, per questo secondo aspetto, il sorrisetto che mi strappa Nick Hornby in “Alta fedeltà” quando racconta come il protagonista, pur andando a un appuntamento galante senza immaginare nel breve risvolti sessuali, scelga comunque le mutande migliori. E’ una cosa buffa, che si fa anche a tredici anni, uscendo con l’amichetta delle medie, quando il sesso, di norma, è ancora un discorso lontano, mitico. Un ulteriore esempio del lavoro su questa dimensione “ultravisibile e invisibile” è l’ironia sulle modelle curvy, fenomeno nel quale le persone oneste, indipendentemente dal peso (ma una nota di merito va ai carnosetti), vedono non una promozione della donna al di là degli stereotipi, ma una consolazione per i ciccioni, come la fantomatica bocciatura di Einstein è un incoraggiamento agli studenti discoli.

LA SECONDA COSA
“IO INVECE QUANDO VEDO UN CONIGLIO NON PENSO A QUANTO E’ DOLCE MORBIDO COCCOLOSO MA PENSO A UN SUGOSO E BISUNTO PIATTO DI TAGLIATELLE AI FUNGHI DA DIVIDERMI CON LUI E POI ANDARCENE INSIEME A PARIGI SOGNI SOGNI SOGNI DEL CAZZO E INFATTI E’ UN PERIODO CHE SONO GIU’ E VOGLIO FARE UN APPELLO CONIGLIO LUCIANO TI PREGO TORNA TORNA TORNA IO CAMBIO TI GIURO CHE CAMBIO”. Meccanismo caratteristico dello Sgargabonzi – evidente in queste folgoranti righe – è colpire sempre al “secondo grado”. La premessa è che, per quanto possa suonare misero, attualmente si ride anche per una cosa del genere: “Quando sono nei boschi e vedo una lepre saltellare, bhé, scusatemi tanto signori, ma la prima cosa a cui penso è un bel piatto di pappardelle al sugo di lepre”. Ma ecco che Lo Sgarga va al passo successivo e in un certo senso sorprende il suo pubblico. Non che questo si aspetti il ragù di coniglio. A volte tale meccanismo implica che Lo Sgarga stia dalla parte del “carnefice”. Immaginiamo le orrende gag politiche che potrebbero essere messe in atto da degli ambientalisti contro l’asportazione di alcuni alberi per rifare una piazza. Non mancherebbe lo striscione raffigurante il sindaco con la motosega. Purtroppo questa cosa è un ennesimo sugo di lepre. Certo, gradito ad alcune bocche. Ecco, Lo Sgarga troverebbe modo di andare a un secondo grado, che potrebbe appunto prender le difese, più o meno velatamente, dell’azione contestata dal “popolo”.

COLONNA VISIVA: FACCINE
Da quando conosco Lo Sgargabonzi, per me usare le emoticon è un’esperienza nuova. Le faccine sono un punto chiave del linguaggio social della pagina. Più delle foto, più delle emoticon raffiguranti altri soggetti (come l’amato e irresistibile pinguino, degno membro dell’imperdibile fauna sgargabonziana, celebrata nei libri, dall’Orso Greganti alla Rana Gasperini), i volti gialli tristi, sorridenti e ammiccanti sono l’assoluta colonna visiva de Lo Sgargabonzi. E’ lui che ci ha insegnato che “Poverino” è terribilmente diverso da “Poverino :(“.

POP CULTURE
Lo Sgargabonzi deve benedire il serbatoio di letture alte, televisione, tormentoni processuali, intercettazioni telefonice, televisione generalista, che il suo autore umano conosce e mescola e maneggia con sguardo riconoscente e mai supponente.

METAFORA
“E Prandelli se la ride”, con foto di Francesco Baccini al piano, a margine dell’eliminazione della nazionale. Molto semplicemente. Banditi “come” e soci. La similitudine è cosa d’altri. Baccini “è” Prandelli. Non è che Baccini “sembra” Prandelli.

IL CORAGGIO DI UN’ARTE CONTEMPORANEA
Se ci fosse la possibilità di dire una sola cosa de Lo Sgargabonzi, questa dovrebbe essere che il suo autore ha avuto l’intelligenza di portare al pubblico un suo mondo. Probabilmente quasi chiunque ha dentro sé – “Sotto il naso”, anche qui – una vera intuizione. Qualcosa che si ama, ma di cui ci si vergogna forse un po’, perché nella sua grandezza, questo guizzo, implica anche il timore di una mancanza di terreno comune con gli altri. D’altra parte, senza questa mancanza, non ci sarebbe un “mondo” da portare in dote. Eppure, il salto de Lo Sgargabonzi da una dimensione artistica privata a una pubblica non è lanciarsi nel vuoto, perché esistono almeno due tipi di recettori: quelli che, semplicemente, senza aver mai immaginato prima la comicità sgargabonziana, si ritrovano spontaneamente ad apprezzarla, diventando pubblico e prendendo confidenza con le coordinate del mondo del nostro eroe; e quelli che, nel loro intimo, come Gori, hanno pensato che potesse essere divertente postare la foto di Massimo De Luca ai tempi della Domenica Sportiva, scrivendo una cosa del tipo (vado a memoria): “Silenzio, è arrivato il numero uno”. Ma non hanno mai osato fare un saltino in più verso l’esplicitazione e la condivisione di questi impulsi. Che si portano a emersione, va detto, anche in virtù di una certa forza artigianale, che permetta di coltivarli sistematicamente, quotidianamente. Anche se non è difficile popolare un mondo che si è creato.
Ecco, appunto, Gori, con lo Sgargabonzi, ha innanzitutto avuto la voglia e la forza di creare un mondo, invece di popolare quello disponibile (due polarità che naturalmente contemplano molteplici gradazioni e sfumature). E’ per questo motivo che, oltre alle battute di “ingranaggio” (vedi la lepre), non prive di peculiarità sgargabonziane (alcune azzardate nelle righe precedenti), ci sono gag “di mondo”. Che fanno ridere e gioire nell’ecosistema creato da Gori. Un mondo accettato da chi ora lo desidera, pur senza esserselo mai immaginato prima, e da chi lo ha sempre voluto, ma non ha mai pensato di farsene promotore, di portarlo in superfice.
C’è un alone messianico in tutta la faccenda: il fan de Lo Sgargabonzi, tutto sommato, somiglia più al sorcino di Renato Zero che all’appassionato di Woody Allen (un grande popolatore, più che un forgiatore, di mondi, benché gli impressionisti-dentisti siano più sul secondo versante). E Lo Sgarga assomiglia più a Lucio Fontana o a Mark Rothko che, ancora, a Woody Allen. Anche per la parziale condivisione, con certa arte contemporanea, della fasulla ma inevitabile condanna del “Lo sapevo fare anch’io”. Nel senso, in qualunque momento Lo Sgargabonzi, magari a corto di battute, potrà cavarsela condividendo – facile facile – la foto di un frigorifero o di un infisso. Anche senza uno straccio di didascalia didascalia. E farà ridere, perché ci ha dato le coordinate giuste, da tempo. Un’ultima osservazione sul “Lo sapevo fare anch’io”: lo si è sentito dire anche dei Deep Purple di “Smoke on the water”, per esempio. Un pezzo semplice, ma molto efficace. Il gioco è mettersi in testa di farlo. Ma tra quelle poche note ultra orecchiabili e il Capodoglio Olivetti ce ne corre, perché le schitarrate dei Deep vanno a impollinare l’umana predisposizione a determinati artefatti musicali, mentre il menzionato cetaceo eporediese va ad attecchire eminentemente su una predisposizione culturale edificata dall’artista sui terreni fertili disponibili.

SGARGABONZI FASCISTOIDE
Daniele Luttazzi ha deciso di attaccare Lo Sgargabonzi su twitter definendolo maestro dello “sfottò fascistoide”. Un fendente al quale il nostro ha risposto con il classico “secondo grado”: ha chiesto al comico romagnolo di cancellare il tweet prima che lo possano vedere i suoi (dello Sgarga) genitori, che tra l’altro stanno poco bene. Ebbene, quanto c’è di fascistoide nella geniale creazione comica di Alessandro Gori? Probabilmente nulla. Senz’altro può non piacere a certa gauche (quella che non vuol far votare gli incolti, per esempio) per il rifiuto di un impegno politico e civile, dello spirito di missione, di intenti civili e costruttivi. Perché il suo impegno, implicito e altissimo, è a un altro livello: quello del linguaggio. Che sta sopra la politica e tutto il resto. Nel linguaggio e nelle sue forme c’è tutto quello che pensiamo, al di là di quello che esce dalla penna o dalla bocca.
Il “fascistoide” Lo Sgargabonzi, poi, se lo guadagna (sempre da Luttazzi) perché “Una battuta è fascistoide quando mette in ridicolo vittime di veri carnefici. Chi fa una battuta fascistoide si schiera di fatto coi carnefici”. Ma finire dalla parte dei carnefici – ricordate, poco fa, l’esempio del Comune e degli ambientalisti – fa parte dell’essere Lo Sgargabonzi. Naturalmente non è un’adesione sincera, morale, al mondo dei carnefici. Né un modo per “distruggere dall’interno”, che sarebbe un’inopportuna azione positiva. E’ una forma canonica dell’espressione de Lo Sgarga, punto.
E politicamente, se vogliamo anche partiticamente, al di là delle affettuose menzioni per il Patto Segni (vedi il paragrafetto “Pop culture”), Lo Sgarga dove sta? Senz’altro è un sincero cultore della democrazia e del diritto. Perché non teme di percorrere i confini che la società democratica si è data in materia di libertà di espressione. Confini che vanno allenati, perché non si restringano. O almeno per ricordare a tutti che esistono. Non che Gori coltivi, credo, questa esplicità finalità. Però, implicitamente, rivendica il libero e pieno diritto di scherzare – pur estraneo alla volgarità del cinismo – su piccoli pazienti oncologici, alluvioni disastrose, omosessualità, pedofilia, violenza sulle donne.
Ad ogni modo, attaccarlo è inutile. Guizza via, questo artista Narciso, cosparso d’olio, assecondando l’offesa come insegnano certe tecniche di difesa personale. Al massimo c’è da immaginarsi un finale alla Talk Radio. Magari ci penserà Luttazzi.

Il volto dei sentimenti

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Catani ha detto:

    ma serve citare, ricordare, il gesto di Luttazzi? Quello ha solo cercato un filo di visibilità attaccando a sfregio un collega giovane, promettente, e che ha fatto il suo percorso con battute proprie e originali, non di Hicks, Carlin e compagnia. Una cosa di per sé brutta, che comunque non ha fatto altro che dare visibilità allo Sgargabonzi e ribadire l’idea generale che ormai il pubblico si è fatto di Luttazzi. Uno così non ha peso, perché la sua biografia ne rivela il reale spessore: non può quindi giudicare nessuno. Non confondiamolo con un vero professionista come il buon Sgargabonzi.

  2. A me alcune cose di Luttazzi non dispiacciono, e delle copie mi importa poco. Citare la polemica, in questo caso, aiuta a definire meglio i lineamenti de Lo Sgargabonzi. Ti ringrazio per la lettura! NR

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