La poesia non va capita

Si potrebbero dire tante cose di “Paterson”, la più recente fatica cinematografica di Jim Jarmush. Una, molto superficiale e personale, è che è il primo film del cineasta di Akron che mi piace davvero. Gli altri suoi lavori che ho visto – non tutti, non più di cinque o sei: non sono un cinefilo – li ho trovati al massimo piacevoli e – per quelli fatti a treno di scenette – inesorabilmente furbi. “Paterson” mi sembra proprio un’altra storia. Faccio fatica a trovargli un difetto. Anzi, me ne viene in mente giusto uno: la didascalica immaginetta di Dante Alighieri nel cestino del pranzo del protagonista (che si chiama Paterson, è interpretato da Adam Driver – lesto a raccogliere il testimone di dinoccolato sexy dall’ormai maturo Adrian Brody -, fa l’autista di bus, ama la poesia e scrive splendidi versi, stesi per il film da Ron Padgett).

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Su “Paterson” mi va di dire poi altre due cose. La prima: il film intero somiglia alle poesie che scrive il protagonista e, in generale, alla poesia. Questo nella misura in cui la trama, le situazioni e i temi del film, come buona parte dei versi, non vanno capiti. Vanno letti, accettati, goduti, sentiti, ma non capiti. Inutile e autolesionista lo sforzo di strappare la poesia al suo reame. Altrettanto vano cercare di ricondurre l’esistenza di Paterson e di sua moglie Laura (Golshifteh Farahani) ai binari della cara razionalità, al gusto prepotente delle nostre coordinate ricche di buon senso e spigliata ragionevolezza. Nel senso: il giovane protagonista scrive splendidi versi d’amore per la moglie, una ragazza petulante, a volte fastidiosa – un tratto che lui pare scorgere appena, e in rarissimi casi, diversamente dal bulldog Marvin, che nel suo sguardo e giudizio accoglie facilmente i mormorii e i sopraccigli alzati dello spettatore (e che si sobbarca alcune interessanti vibrazioni thriller, soprattutto quando viene parcheggiato fuori dal pub, in odor di fughe e rapimenti) -, un vulcano in irritante e costante eruzione. Cosa riserva di buono, Laura, all’occhio non poetico? Soltanto una bellezza travolgente e calda – dorme anche nuda, con la sua bella schiena persiana a fior di lenzuolo – che però non si traduce mai in un momento sessuale. Non solo perché Jarmush non ce lo mostri, ma perché pare trattarsi di una sfera estranea al sistema equilibrato e generalmente soddisfatto di “Paterson”. Noi a-poetici possiamo stupirci di un mite e profondo lungagnone che sgrana gocce di amore poetico per una quasi pazza, tra l’altro senza dimostrare particolare attaccamento a quanto – sempre a noi a-poetici in platea – lei ha di più prezioso, vale a dire l’invitante carne. Ma tant’è: non resta che accettare. Da tutto ciò si trae anche un insegnamento: è sbagliato e stupido fare umorismo cinico sulle coppie di Facebook felici, anche bamboccescamente felici.

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Ultima cosa che mi va di rimarcare: il terribile senso di morte che esala dalla vita felice e soddisfatta di Paterson e Laura. Per quanto al pubblico a-poetico di prima possa non sembrare una storia con elementi tali da renderla felice ed esaustiva, quella tra il protagonista e la sua metà la è. E così il tempo vola, come sull’orologio del giovane autista. Il tempo vola, e tutto quel che è intorno sembra immutabile e insonorizzato. Senza dinamismi di cui un cuore sereno non ha bisogno per sentirsi vivo, perché più vivo di così non si può. Anche la poesia non è un’obbiettivo a cui tendere, tant’è che Paterson è riluttante all’idea di pubblicare. E’ semplicemente uno dei pochi e fondamentali ingredienti dell’esistenza del protagonista. Tutta questa doverosa e lieta fissità comunica, come accennato, quell’inevitabile senso di morte che si palesa laddove mancano orizzonti a cui tendere, perché sul proprio orizzonte – in questo caso fatto da una casa, una moglie, un pub da cartoon e un ricambiato amore per la poesia – si danza già da un pezzo. E’ la sensazione che si avverte quando si consegna un compito in classe ben fatto dopo dieci minuti. Una specie di fischio nelle orecchie, se non ricordo male.

Niccolò Re

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Visionario ha detto:

    Com’è di preciso quel fischio, c’è chi dopo dieci minuti iniziava a svegliarsi e a capire di essere a scuola e più precisamente di essere nel ”bel” mezzo di un compito di italiano.

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