Brexit, la Banca d’Inghilterra alle prese con il dilemma dei tassi

La BoE (Bank of England) oggi ha deciso di tenere il tasso d’interesse ufficiale – il tasso cioè con cui viene data in prestito la liquidità alle banche – invariato al livello del minimo storico dello 0,25%. La decisione presa però non è stata unanime. Uno dei membri del board ha infatti votato in dissenso poiché favorevole ad un aumento dei tassi. La controversia non è banale, dato che il Regno Unito post-referendum sulla Brexit sta attraversando una fase particolarmente delicata dal punto di vista economico e finanziario.

La Sterlina, dal giorno del referendum ad oggi, si è svalutata circa del 18% sul dollaro e del 13% sull’euro. Con il deprezzamento della valuta sono aumentati i prezzi dei beni d’importazione a cui si sono aggiunti gli aumenti del prezzo del petrolio e dei beni energetici in generale. Tutto ciò ha prodotto un’impennata dell’inflazione che è passata da un livello prossimo allo zero di inizio 2016 all’1,8% di Gennaio di quest’anno e che gli analisti prevedono toccare ben presto il 3% nel corso del 2017. La Banca d’Inghilterra ha come obiettivo un inflazione vicina al 2% e pertanto un aumento dei tassi di interesse servirebbe a scongiurare la crescita dei prezzi oltre il livello di guardia. Tuttavia, l’esecutivo della BoE è riluttante ad aumentare i tassi, poiché teme le ricadute negative che potrebbero esserci anche in vista dell’inizio delle negoziazioni sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Si è detto, infatti, che la Gran Bretagna ha avuto sinora una crescita sostenuta in grado di scongiurare le ipotesi pessimistiche sulle conseguenze della Brexit. Molti commentatori però omettono un piccolo particolare: la Brexit non si è ancora concretizzata. I segnali di una potenziale recessione, tuttavia, iniziano a farsi notare.

  1.  L’inflazione, innanzitutto. L’aumento dei prezzi influisce negativamente sul potere d’acquisto delle famiglie, e se a tale aumento non corrisponde una crescita dei salari, si andrà incontro a un sostanziale impoverimento dei consumatori. Questo ci riallaccia al prossimo punto.
  2. I salari. Essi hanno visto una crescita molto contenuta sin dalla crisi economica del 2008, che col crescere dell’inflazione rischia di scendere sotto lo zero in termini reali.
  3. I consumi. Le vendite al dettaglio hanno fatto registrare il dato peggiore dal 2011 e a Gennaio vedono il segno meno per il terzo mese consecutivo. Anche la fiducia dei consumatori è in calo.
  4. La crescita economica è destinata a rallentare in questo trimestre e secondo il rilevamento di IHS Markit per la fine dell’anno si potrebbe toccare il dato peggiore dal 2016.

Questi segnali fanno capire come la Banca Centrale ha in un certo senso le mani legate. Da una parte, la crescita dell’inflazione porterebbe ad aumentare i tassi d’interesse in modo tale da raffreddare i prezzi. Dall’altra, però, l’aumento dei tassi scoraggerebbe ancor più i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese, e rischierebbe di aggravare un quadro economico che mostra i primi segni di una recessione alle porte. A ciò si aggiunge, ovviamente, l’incertezza dovuta alle negoziazioni sulla Brexit. Una Gran Bretagna che abbandona il mercato unico e le regole europee sarà costretta a rinegoziare da capo gli accordi commerciali non solo con l’UE, ma con tutti gli altri partners commerciali. E la strada di qui al 2019 – quando ci si aspetta che l’uscita dall’UE sia finalmente completata – è irta di ostacoli.

Giuseppe Caivano

 

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