Il ritorno dello spread dopo il Grande Spreco

Lo spread è tornato a far paura. Negli ultimi giorni, infatti, per la prima volta dai tempi della crisi dei debiti sovrani UE, il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e tedeschi ha superato i 200 punti basi. Il difficile rapporto tra il nostro Paese e i suoi conti pubblici è facilmente rappresentabile ricordando il mito di Sisifo. Ogni volta che, con duri sacrifici, l’enorme masso dei conti pubblici sembra finalmente giunto in vetta, ecco che torna a rotolare inesorabilmente a valle. Ma come si è tornati, anche stavolta, al punto di partenza?

Sono passati appena 5 anni e qualche mese da quando lo spread a 575 fece temere per la solvibilità del nostro debito pubblico. Mario Monti, nominato d’urgenza prima Senatore a vita e poi Presidente del Consiglio, varò una serie di misure durissime: ritorno dell’imposta sulla prima casa, aumento dell’età pensionabile, aumento dell’IVA. La Banca Centrale Europea, dal lato monetario, venne in soccorso della precaria situazione del debito sovrano italiano, e con il Quantitative Easing iniziò a comprare i BTP italiani, permettendo ai rendimenti di scendere a livelli molto convenienti per le casse pubbliche. Un risparmio oggi quantificato sulla cinquantina di miliardi di euro.

Quando nel 2014, Matteo Renzi si insediò ebbe davanti a sé una situazione macroeconomica potenzialmente favorevole per una ripresa. Tuttavia, a fronte di una minore spesa per gli interessi e di un basso prezzo del petrolio, il Governo ha varato una serie di misure che non sono riusciti a far smuovere consumi e occupazione. Misure i cui costi hanno però avuto l’effetto di salassare le appena risanate casse pubbliche: 10 miliardi annui per i famosi 80 euro, oltre 22 miliardi in tre anni per gli incentivi sulla decontribuzione alle imprese. Per non parlare del famoso “bonus cultura” per i diciottenni: 500 euro a testa finiti con il mercato nero della compravendita del bonus stesso su Facebook da spendere in buoni Amazon.

Nel frattempo, il clima macroeconomico si è rapidamente evoluto. Il prezzo del petrolio è in risalita, molte economie europee (la Spagna e la solita Germania in primis) crescono, e con essi l’inflazione nell’eurozona torna ad aumentare.  La politica monetaria espansiva di Mario Draghi non potrà continuare a lungo, e quando i tassi di interesse torneranno a crescere, gli interessi da pagare sui BTP italiani saranno molto più salati.  Torniamo quindi, al punto di partenza. Al masso da riportare in cima, alle manovre economiche, alle tagliola delle nuove tasse previste nelle clausole di salvaguardia, allo spread, all’Agenda Monti (ebbene sì, anche lui è tornato a farsi sentire in questi giorni).

Uno scenario che senza il Grande Spreco dell’era renziana si sarebbe forse potuto evitare.

Giuseppe Caivano

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