Tra Ambientalismo e Decrescita. Da Tolkien alla TAV: l’ecologismo è di destra o di sinistra?

Nell’articolo precedentemente pubblicato su questa rubrica si è cercato di analizzare il problema dello stallo della “causa ecologista” di fronte alla crisi economica. Ma è giusto considerare anche gli aspetti etici e politici, e non solo economici, dell’ambientalismo.A costo di apparire anacronistici, in un’Europa dominata dalla real politik, in un panorama politico davvero distante dalle ideologie, sarebbe interessante domandarsi a quale ideale politico la teoria dell’ambientalismo si avvicina di più.

Ambientalismo è una parola interessante. È uno di quegli -ismi di cui si discute e dal quale i politici di adesso sembrano distanziarsi manco fossero malattie. Ricorda da lontano parole come comunismo, fascismo, capitalismo, socialismo, liberismo. E come i termini appena detti, “Ambientalismo” è quasi una vox media: può essere interpretato nelle maniere più diverse.

Una riflessione sulle parole non è mai inutile: come ricorda Vandana Shiva, infatti, i termini “Ecologia” ed “Economia” sono composti della stessa parola greca, entrambi rimandano alla sfera domestica, ma negli ultimi centocinquant’anni la logica di mercato ha separato nettamente questi due concetti.1

Comunque, oltre a giudizi personali e a questioni di ordine morale, nulla ci impedisce di affermare che quelle del comunismo e del socialismo siano due ideologie (o meglio, ideali) di sinistra, perché indirizzate all’ampliamento dell’eguaglianza, mentre capitalismo e fascismo siano due ideologie di destra, in quanto volte al rafforzamento della classe dominante.

Tornando allora all’ambientalismo, possiamo definirlo di destra o di sinistra? L’ambientalismo nacque nel panorama scientifico della seconda metà dell’800, in seguito alle scoperte fisiche nel campo della termodinamica. Furono fisici come Clerk Maxwell a porre il problema della crescita in relazione alle risorse finite dell’ecosistema terrestre e alle leggi stesse della termodinamica2.

Fu però nel corso degli anni ’50 del ‘900 che si sviluppò la concezione moderna dell’ambientalismo. Gli anni in cui la Terra era avvolta dalle nubi della Guerra Fredda. Era il mondo delle corse agli armamenti e del bottone rosso degli arsenali atomici.

In un panorama simile, sorse spontaneamente la preoccupazione per l’eventualità di un disastro nucleare. A partire anche dall’idea di un possibile annichilimento della categoria degli esseri viventi per mano umana, in molti rinnovarono i dubbi su quanto fosse legittimo da parte dell’Uomo arrogarsi il diritto di plasmare a proprio piacimento l’ecosistema terrestre.

Il problema morale era evidente, anche perché ci si rese conto del gravissimo problema delle radiazioni sprigionate dalle centrali nucleari, ancora lontane dall’essere relativamente sicure come quelle moderne.

All’epoca l’ambientalismo si sviluppò dunque come movimento politico indipendente dalla logica delle superpotenze. Era una condizione necessaria, una scelta obbligata, perché opporsi all’inquinamento radioattivo voleva dire opporsi agli arsenali nucleari. Ma non solo: opporsi all’inquinamento atmosferico equivaleva ad opporsi alla corsa agli armamenti e a tutte le attività ad essa collegata: industrie pesanti, raffinerie, industrie chimiche, oltre alle gigantesche esercitazioni militari delle nazioni capitaliste e socialiste.

Proprio per questo, il nascente movimento ecologista guardò inizialmente con occhio benevolo (e forse un po’ troppo sognante) al modello di sviluppo del Terzo Mondo, alternativo (almeno in teoria) tanto al capitalismo quanto al socialismo reale.

Ma veniamo all’ideale dell’ambientalismo. La preservazione dell’ecosistema terrestre è un intento che procede di pari passo con il rifiuto di un certo tipo di sviluppo. L’interpretazione di questo problema (capire quale sia questa forma di sviluppo dannosa per l’ambiente, e come contrastarla) porta però a risultati non scontati e spesso molto distanti tra loro.
Che le polveri sottili uccidano decine di specie viventi ogni settimana è un dato obiettivo difficile da smentire, e generalmente accettato come valido da ogni ambientalista. Ma le soluzioni escogitate per porre fine ad un simile stato di cose sono le più diverse.

Per parlare di casi estremi e più antichi dell’ambientalismo moderno, è noto che se il fascismo italiano vedeva nelle pesanti modifiche del territorio una carta propagandistica fondamentale, il nazismo ha introdotto riforme decisamente ecologiste. L’istituzione dei parchi nazionali e le limitazioni alla caccia imposte da Göring (leggi molto avanzate per l’epoca) vennero riprese tali e quali dalla Germania Occidentale, e in buona parte anche dalla DDR.

Venendo a tempi più recenti, leggendo con attenzione alcune delle opere di Tolkien, e soprattutto alcune parti di esse, si possono individuare una critica feroce all’industrializzazione e un’esaltazione del mondo naturale. Tuttavia, ne “Il Signore degli Anelli”3 si può notare anche una lode sperticata del feudalesimo, e in effetti Tolkien, che certo non era un progressista (come la sua biografia conferma), individuava nel mondo moderno e più in generale nel progresso la causa della lenta distruzione dell’ecosistema naturale.

Lo scrittore, come soluzione a questo problema, invocava un ritorno al mondo feudale, e l’abbandono di ogni forma di tecnologia sviluppata dal rinascimento in poi. Si trattava evidentemente di tematiche già affrontate dal romanticismo ottocentesco, che propugnava un’esaltazione irrazionale e antiscientifica del mondo naturale.

Dilungarsi su Tolkien non è inutile, perché in realtà le destre di molte nazioni europee presero lo scrittore ad esempio come profeta dell’ambientalismo di destra. Il suo linguaggio allegorico e le sue criptiche metafore sul mondo moderno furono considerate da queste componenti politiche alla stregua di un programma elettorale. E la mentalità stessa della destra ne venne abbondantemente contagiata4.

Non bisogna però scordare che l’ambientalismo reazionario e antiscientifico (in un certo senso derivato dal romanticismo ottocentesco) è sempre stato minoritario nel XX secolo. In generale, l’ecologismo si è spesso legato alle teorie scientifiche, come si è visto nel caso della termodinamica.

Per una parte rilevante degli ambientalisti, per decenni, i partiti di sinistra sono stati il vero referente politico e ideologico. Dalla sinistra gli ambientalisti hanno mutuato molto: dalla teorizzazione politica alle forme di protesta.

La comunanza di intenti tra le ideologie di sinistra e l’Ambientalismo non sono da sottovalutare: rinuncia totale del capitalismo in tutte le sue forme, uguaglianza di diritti e di consumi; sul lungo termine si trovano in entrambi i casi l’abolizione graduale della monetazione e la democrazia diretta5.

Le differenze, comunque, rimangono, e spesso sono di sostanza: l’Ambientalismo non esalta il lavoro e ne vorrebbe una drastica riduzione. Un punto di vista più vicino a Paul Lafargue che a Lenin. Inoltre, se il marxismo, pur deprecando la competizione, propugna un progresso costante, e in maniera indiretta anche una certa forma di sviluppo, la decrescita si oppone sia alla competizione che allo sviluppo.

Comunque, le lotte unitarie portate avanti dagli ambientalisti e dai militanti della sinistra portarono alla creazione di movimenti originali e innovativi come quello No-Global. Che come sappiamo venne spazzato via senza pietà in nome del libero mercato e della politica dettata dalle superpotenze.

Anche il più recente movimento No-Tav ha visto inizialmente una stretta collaborazione da parte di militanti ambientalisti e collettivi di sinistra. Ma la protesta giunse ad un contrasto di difficile soluzione: opporsi alla TAV ha significato anche opporsi alle decisioni impopolari (e falsamente democratiche) di un governo di “sinistra-centro” come quello Prodi. E in una simile situazione, perseguitati, incompresi, emarginati, i No-Tav si sono trasformati in sostenitori della cosiddetta “anti-politica”, andando ad ingrossare le fila della falsa democrazia diretta propugnata da Beppe Grillo.

Bisogna dire che i governi di sinistra di tutto il mondo si sono spesso comportate in maniera incompatibile con l’ecosistema terrestre. È un problema ideale serio, che gli ecologisti non mancano mai di sottolineare6: l’esaltazione del lavoro e del progresso “a tutti i costi” hanno spesso provocato dissesti ecologici di vaste proporzioni. Basti pensare al saccheggio di risorse scatenato in Unione Sovietica dall’industrializzazione staliniana, o all’esplosione del sistema economico cinese in seguito all’introduzione delle prime forme di capitalismo.
Anche esempi apparentemente più idilliaci come quelli delle socialdemocrazie nordeuropee nascondono spesso realtà di degrado ambientale (sebbene infinitamente meno gravi rispetto alla media dei paesi capitalisti)7.

Proprio questi dissesti ambientali in paesi tradizionalmente “rossi”, insieme all’obbedienza dei governi di sinistra nei confronti delle direttive ambientali europee, hanno portato l’ambientalismo degli ultimi decenni a distanziarsi nettamente sia dalla cultura politica di tradizione reazionaria e capitalista sia da quella di derivazione marxista e progressista.

Questo progresso di emancipazione ideologica ha coinvolto alcuni paesi più di altri, ed è stato un processo lungo e molto sofferto, proprio perché i movimenti ambientalisti si sono a lungo collocati al fianco della sinistra antagonista. In Germania, ad esempio, i Verdi sono una forza politica che si è spesso opposta ai socialdemocratici non meno che ai liberaldemocratici.

Anche il già citato Sérge Latouche, profeta della decrescita, pur chiamando i propri sostenitori “compagni” e pur appoggiando importanti lotte sindacali, ha uno sguardo molto critico verso il marxismo classico e soprattutto nei confronti del socialismo reale. E come abbiamo visto, anche il movimento No-Tav, pur mantenendo concreti contatti con alcuni partiti di sinistra, sta venendo lentamente assorbito nella spirale di disgusto generalizzato della politica e degli ideali.

All’emancipazione ideale, dunque, l’ambientalismo può arrivare al rifiuto stesso degli ideali. Chiedersi come potrà risolversi una simile contraddizione sarebbe importante per capire la possibile evoluzione di un importante tassello della politica internazionale.

Si ringrazia gentilmente Giulia Torre per il materiale documentario fornito.

Valerio Cianfrocca

Note:

  1. Vedi Vandana Shiva, “Il bene comune della terra”.
  2. Ogni trasformazione di calore in energia genera uno “spreco” detto entropia.
  3. La seconda parte dell’opera, “Le due torri”, in particolare, è illuminante in tal senso.
  4. Basti pensare ai Campi Hobbit istituiti dal MSI negli anni ’70, che presentavano numerosi elementi di ritorno alla natura in senso reazionario e superomista.
  5. Lo fa spesso notare Sérge Latouche.
  6. Cnfr. “Il manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels e “Breve trattato per una decrescita serena” di Latouche. Le analogie sono impressionanti.
  7. Si veda in tal senso “Collasso” di Jared Diamond, in cui riporta esempi di inquinamento fluviale e marino in Svezia e Norvegia.
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5 commenti Aggiungi il tuo

  1. giuliatorre ha detto:

    E’ molto interessante questa riflessione. Ho sempre pensato che ambientalista sia una persona profondamente di sinistra, perché l’ambientalista ha a cuore che i beni fondamentali siano considerati comuni, sottratti alla logica del mercato e della speculazione; ho sempre sentito che l’ambientalista è di sinistra per il fine stesso che lo porta ad agire: non il benessere personale ma il volere il meglio per tutti, facendo però in modo che tutti abbiano il necessario per vivere dignitosamente, non lo sfruttamento intensivo delle risorse ma il camminare sulla terra quasi in punta di piedi, con delicatezza e rispetto verso la vita. D’altra parte è famosa la domanda di che guevara “come si può essere vivi e felici se non possono esserlo tutti?” e con tutti in questo caso si intendono anche le generazioni future. Certo, l’ambientalista non ha bisogno di essere etichettato in nessun modo. Non ha bisogno di seguire nessuna ideologia Forse il problema è proprio che (anche e soprattutto?) in Italia facciamo fatica a distinguere i partiti di destra dai partiti di sinistra, e così le persone che lo compongono (anche se la destra per i suoi tratti caratteristici rimane sempre riconoscibile!! piuttosto è la sinistra che la imita..) ma se la distinzione fosse netta e sincera, penso che un ambientalista, anche senza sapere nemmeno cosa sia marxismo o socialismo, saprebbe inevitabilmente da che parte stare 🙂

  2. Il Bradipo ha detto:

    In linea di massima sono d’accordo con il tuo ragionamento. Però non bisogna dimenticare che anche la destra ha le proprie prerogative socialiste, anche se naturalmente in chiave autoritaria e piramidale.
    Se vogliamo parlare di real politik, alcuni governi di destra in alcune nazioni democratiche sono stati sinceramente ecologisti, come i cristiano-democratici tedeschi o addirittura Schwarzenegger in California! Al contrario, il governo Prodi sul tema dell’ambiente ha portato avanti dei veri e propri scempi, come la gestione dei rifiuti in Campania, la TAV, l’inceneritore di Trento ecc. E questo nonostante la costante opposizione dei partiti di sinistra dell’Unione…
    Parlando di idealità, probabilmente il movimento ambientalista italiano degli ultimi mesi ha sofferto dell’ondata di odio verso i partiti tradizionali, anche perché questi si sono spesso rivelati interlocutori non esattamente disponibili.
    A parte l’Italia, comunque, l’impressione che ho avuto è che l’ambientalismo stia proseguendo una propria maturazione ideale autonoma, anche se prevalentemente nella scia dell’antagonismo di sinistra. E mi sembra che alcune delle idee del programma politico di Latouche sulla decrescita (idee che cercherò di analizzare nel prossimo articolo) siano più vicine ad un anarchismo moderato che ad un marxismo ortodosso (e quindi tendenzialmente alternative anche agli ideali di sinistra oltre a quelli di destra).
    Personalmente, mi sembra comunque positivo il tentativo di emanciparsi dalle ideologie classiche cercando di elaborare una concezione ideale indipendente.

  3. fausto ha detto:

    Un elemento fondamentale nelle ideologie che hanno generato il bipolarismo muscolare del dopoguerra è la vita di relazione. Ci siamo divisi in fascisti e comunisti, e via a cascata cambiando nome mille volte alle fazioni, ma senza mai rinunciare a scontrarci. L’ingrediente essenziale di questo assetto del mondo è la possibilità di fare cose molto grandi mettendo assieme tante persone: un modo di gestire la vita sociale assai dispendioso, e decisamente figlio del proprio tempo.

    Probabilmente il futuro richiederà di ripensare a fondo il modo che abbiamo di relazionarci tra di noi; primo o poi il puntino che rappresenta l’Italia sparirà dalle carte e dalle agende di Mosca e di Washington. Scommetto che sia questa la vera sfida prossima ventura per chi cerca un rapporto diverso con il proprio ambiente.

  4. Il Bradipo ha detto:

    Non sono d’accordo. Internet ha dimostrato quanto sia facile collegare tra loro persone fisicamente (e anche culturalmente) distanti. Nei paesi arabi e in Islanda le rivoluzioni di questi ultimi anni si sono spesso appoggiate ad internet.
    Sinceramente non penso che l’Italia sparirà dalle mappe nei prossimi trent’anni. E non penso che a dettare la politica futura saranno Mosca e Washington. Molte nazioni stanno emergendo, e secondo alcuni storici si arriverà ad un secolo in cui l’economia e la politica mondiale avrà una faccia multipolare. In un contesto simile sarebbe più semplice rispetto ad ora, per il popolo, gestire da vicino la politica delle dette potenze, perché queste non dovrebbero dominare su interi continenti e cercherebbero di non creare tensioni sociali e fratture interne che le spingerebbero fuori dal panorama geopolitico.
    Si tratta naturalmente di congetture, ma penso comunque che le popolazioni potranno tornare a far sentire seriamente la propria voce su molti argomenti (e la “primavera araba” potrebbe essere un punto di partenza). Magari ci si appoggerà ad internet ancora più che adesso, ma il popolo modificherà la Storia come ha sempre fatto: manifestazioni, scioperi, referendum e (perché no?) rivoluzioni.

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