Accumulazione Primaria

Il capitalismo domina le principali economie mondiali sotto l’acronimo di “neo-liberismo”. Il potere di questo modello economico è enorme; esso influenza le nostre scelte immediate tramite la pubblicità, ed esercita una pressione costante sulle scelte dei governi, tramite le voci delle banche e delle potentissime corporazioni multinazionali.
Per le persone nate dopo la caduta del muro di Berlino (come chi scrive), un simile sistema economico può apparire in un certo senso naturale.
Bisogna dire che la propaganda delle nazioni capitaliste ha spinto ben dentro l’immaginario collettivo il mito secondo il quale il capitalismo, nelle sue varie forme, sia lo sbocco ineluttabile del comportamento umano (un comportamento che sarebbe, appunto, economico).
Secondo molti economisti e alcuni filosofi come Fukuyama o Kojéve ogni tentativo di regolamentare la gestione economica secondo altri criteri sarebbe una forzatura non solo nei confronti dell’apparato economico-produttivo, ma nei confronti della stessa natura umana.
Proprio per questo, Fukuyama saluta la fine del comunismo sovietico come conclusione e fine della storia1: senza più vincoli, l’Umanità avrebbe potuto liberamente seguire la propria natura.
A prescindere dalla fondatezza di queste tesi, quale fu la fortuna che permise al capitalismo di diventare l’economia dominante su gran parte del pianeta?

In questa sede verrà analizzato questo processo detto di accumulazione primaria, attraverso il quale venne determinata una concentrazione di ricchezze nelle mani di quei personaggi che ebbero poi la volontà o la possibilità di investirle in maniera capitalistica.
Marx, inventore del termine e del concetto di “accumulazione primaria”, aveva tentato un’analisi simile, e in effetti un’indagine in questo campo può essere facilmente accusata di attaccamento dogmatico alla teorizzazione economica marxista.
“Non possiamo rinunciare a Marx e alla sua eredità filosofica e politica” sosteneva il filosofo Jacques Derrida2. Tanto più in un momento storico in cui la critica di Marx al Capitale appare così imprescindibile, così necessaria.

Generalmente il capitalismo di età moderna si fa iniziare nel ‘500. È il grande periodo dei banchieri olandesi, spagnoli, tedeschi, italiani, francesi e, più tardi, inglesi. Vengono fondate banche e compagnie commerciali, e assicurative. Spesso correlate, queste nuove istituzioni economiche immettono immense quantità di denaro nell’economia, ad uso e consumo di governanti e potenti.
Da dove proveniva quel denaro? Come poteva svilupparsi in pochi decenni un mercato così vasto, ancorché instabile? Come poteva un millennio di economia feudale essere spazzato via in così poco tempo da questa forma di protocapitalismo?
La risposta va cercata nel continente americano, scoperto da pochi decenni. Qui gli europei entrarono in contatto con civiltà molto diverse da quelle del Vecchio Mondo, i cui abitanti (pur non esenti da difetti) avevano la sgradevole tendenza a sentirsi padroni del proprio destino. Per l’opposizione alla cultura e alla sete di bottino degli europei, queste civiltà vennero spazzate via.

Il crollo demografico subito dai popoli precolombiani fu il più devastante mai conosciuto dall’Umanità. Secondo i più recenti studi effettuati da William M. Denevan, la popolazione americana nel 1500 era di più di 50 milioni di abitanti. Nel 1600 essa era ridotta, ottimisticamente parlando, a 6 milioni di abitanti, ivi compresi coloni europei e schiavi africani3.

Fino a non molto tempo fa, vi erano due scuole storiografiche che interpretavano questo problema. La prima vedeva nella mano diretta degli europei (vale a dire nelle guerre, nelle spoliazioni e nei suicidi di massa seguiti all’invasione) la causa principale del disastro.
Un’altra scuola insisteva invece sulle nuove malattie responsabili, su varie ondate, di almeno quattro quinti delle vittime.
Massimo Livi Bacci, invece, offre un’interpretazione diversa. Nel suo libro Conquista, sottolinea come le malattie non possano aver influito così tanto sullo spopolamento del continente, tanto più che in condizioni normali ad un crollo segue sempre una ripresa.
La tesi proposta afferma che fu in realtà la distruzione delle istituzioni autoctone e l’asservimento dei popoli a causare la maggioranza di quelle morti. Nei posti in cui lo sfruttamento fu più selvaggio, come in Messico, si ebbe il tracollo più netto, con la morte anche del 90% della popolazione originaria (nei Caraibi la popolazione indigena scomparve del tutto, rimpiazzata poi da spagnoli e africani). In Perù, dove lo sfruttamento non venne mai esteso a tutta la popolazione locale e fu imposto in maniera più graduale, la strage fu evidente ma meno devastante.
Nella rete di missioni gesuite sparse nell’attuale Paraguay, dove non venne messo in atto lo sfruttamento sistematico di terre, risorse e uomini, alla diminuzione iniziale seguì addirittura una ripresa e poi un netto incremento rispetto alla popolazione iniziale4.

Il continente americano venne dunque violentemente spogliato delle sue ricchezze, che giunsero in Europa sotto forma di oro, argento, rame, spezie, cotone, beni di lusso.
Per la portata del fenomeno e per la sua apocalittica gravità, gran parte della storiografia concorda nel parlare di genocidio culturale dei popoli amerindi.
Ma questa definizione racchiude un fraintendimento. La distruzione delle istituzioni dei popoli precolombiani fu messa in atto per motivi soprattutto economici.
Come poteva un latifondista accettare che i caraibici, abituati ad accontentarsi di poco e di oziare la maggior parte del giorno, non coltivassero alacremente le terre? E come poteva sopportare un mercante gli altissimi costi di un viaggio nel Nuovo Mondo se la propria nave non tornava in Europa colma d’oro o di merci pregiate?

Fu la volontà di profitto, uno dei dogmi imprescindibili del capitalismo, a generare quella strage. E le idee perverse di razza o di intransigenza religiosa garantivano ai coloni una giustificazione morale e addirittura spirituale alle loro azioni.

Dopo cinquant’anni di sfruttamento orrendo dell’America e dei suoi abitanti, coloro che avevano investito nelle ricchezze del Nuovo Mondo si resero conto di non avere a disposizione manodopera con cui sfruttare quelle risorse. Gran parte dei nativi ridotti in schiavitù era morta di stenti o di violenze nelle atroci encomiendas spagnole e nei latifondi degli europei.
Per ovviare a questo problema, gli olandesi immisero nuove braccia da sfruttare. Se la stagnazione era dovuta al crollo del numero dei lavoratori, andava immessa nuova forza lavoro, pagata il meno possibile. Occorreva procurarsi un esercito di schiavi. E dove andarli a cercare, ora che l’America era svuotata di uomini? In Africa: un continente tecnologicamente e politicamente arretrato, per di più abbastanza vicino al Nuovo Mondo.

Gli olandesi massimizzarono i profitti col cosiddetto “commercio triangolare”: le navi salpavano vuote da Amsterdam, si riempivano con le cordate di schiavi in Africa, quindi sbarcavano gli schiavi in America, rifornendosi di prodotti locali, che venivano portati in Europa e venduti a caro prezzo.
In totale, tra la metà del ‘500 e l’anno 1800, circa 14 milioni di africani vennero rapiti e ridotti in schiavitù. Di questi, solo la metà raggiunse l’America (secondo alcuni il numero dei deportati fu anche maggiore, e di conseguenza la mortalità fu superiore in percentuale). I maltrattamenti subiti ne uccisero una buona parte, tanto che nell’anno 1800 i neri americani erano circa cinque milioni, contro sette che avevano raggiunto il continente5.

Fu un’ecatombe eseguita seguendo un criterio non ben definito di crescita continua: i latifondisti facevano lavorare il più possibile i propri schiavi, nutrendoli il meno possibile, per aumentare i propri profitti, diminuire il costo delle merci ed espandere il mercato. Stessa logica venne perseguita dai mercanti, dagli assicuratori e dai banchieri olandesi nell’effettuare l’agghiacciante commercio triangolare.
Questi maltrattamenti, come abbiamo visto, provocarono direttamente o indirettamente la morte di milioni di individui nel nome del profitto.
In seguito, la teoria del profitto venne dichiarata regola scientifica assente da pregiudizi ideologici.

Ma l’America non era l’unico continente a dover sperimentare il colonialismo: ben presto anche l’Africa, l’Asia e poi l’Oceania divennero terre di conquista per le potenze europee. E se in alcuni casi si trattò di conquiste effettuate semplicemente per aumentare il proprio prestigio, il processo fu innescato proprio dalle grandi compagnie commerciali europee.
Queste società, come le compagnie delle indie orientali olandesi, francesi e inglesi, erano abbastanza ricche da possedere flotte mercantili di centinaia di navi ed eserciti mercenari che difendessero i propri interessi.
Le compagnie delle indie orientali si servirono abbondantemente delle proprie truppe per ridurre all’obbedienza i sovrani asiatici che rifiutavano di avallare politiche di sfruttamento delle risorse e della manodopera locali.
L’India e il Sud-Est asiatico furono le prime a pagare la sete di profitto degli europei. Nel corso del Seicento, le compagnie europee dapprima si lanciarono in vaste guerre di rappresaglia; poi, quando non ebbero più abbastanza uomini per contrastare gli avversari, si appoggiarono alle forze della propria madrepatria.
Fu così che Olanda, Francia e poi Inghilterra, seguendo la scia di sangue creata dalle proprie compagnie commerciali, conquistarono le zone nevralgiche di plurisecolari regni indiani e siamesi.

La rapina di risorse e di terre non colpì solo i continenti extraeuropei sotto forma di brutale colonialismo: anche nelle nazioni europee si giunse a drammi simili, ma sotto un’altra veste. Si trattava dell’esproprio delle terre che colpì i contadini poveri in favore dei proprietari terrieri, iniziato a fine ‘600 e proseguito per oltre un secolo.
Nelle isole britanniche il processo fu particolarmente radicale ed è noto come enclosures. Le terre che fino ad allora appartenevano alle comunità rurali (secondo una tradizione derivata dall’alto medioevo), vennero incamerate nei terreni appartenenti alla nobiltà6. Contemporaneamente e in alternanza si passò all’esproprio dei piccoli contadini e allevatori7.
In Irlanda e in Scozia tale processo fu brutale e scatenò la disperata opposizione della popolazione, che aveva nei campi la propria unica fonte di sussistenza. Fu così che si giunse alla rivolta armata contro l’Inghilterra in Irlanda nel 1641-53, nel 1689-91, nel 1798 e nel 1803, e in Scozia nel 1715 e nel 1744-46. Le rivolte furono stroncate nel sangue dalle giubbe rosse inglesi (alcuni storici stimano che durante la sola rivolta del 1798 vennero fucilati non meno di 20.000 irlandesi), i ribelli furono deportati e i loro beni vennero incamerati dalla nobiltà latifondista.
Fu grazie a questo nuovo apporto di terre, e alla miseria che seguì, che i latifondisti ebbero modo di investire nella costruzione di work houses, entro le quali rinchiudere a forza o con salari da fame gli eserciti di disoccupati da loro stessi creati.
Da questo processo violento, nelle isole britanniche, nacque l’industrializzazione moderna.

È facile affermare che nel capitalismo l’individuo possa soddisfare ed esprimere la sua vera natura umana: un bambino ha un giocattolo e ne vuole due; ne ha due, ne vuole quattro. Questa è la natura umana. Ma quando a fare così è la società, o quando questo comportamento si converte in un monopolio che opprime i meno fortunati, è questa la natura umana? (Ernesto Guevara)

Valerio Cianfrocca

Note:
1=Francis Fukuyama, La fine della Storia?, The National Interest, 1989
2=Jacques Derrida, Spettri di Marx.
3=W. M. Denevan (a cura di), The Native Population of the Americas in 1492, The University of Wisconsin Press, 1992.
4=Per la serietà e la completezza dell’analisi, il libro di Bacci ha vinto il prestigioso Premio Pisa del 2006.
5= I dati sono ancora una volta forniti da Livi Bacci, che ha preso in considerazione un certo numero di ricerche condotte da storici e demografi americani.
6= In Scozia tale sistema venne definito degli sgombramenti a partire dal 1785, ma già dopo la rivolta del 1744-46, venne messo in pratica l’Atto di abolizione del possesso, con una tale brutalità che il duca di Cumberland, che lo fece rispettare, acquistò il nomignolo di Billy the Buthcer.
7= Fu quanto accadde in Irlanda in seguito alla repressione delle rivolte con le leggi penali irlandesi, varate sul finire del seicento e volte all’esproprio dei proprietari terrieri irlandesi in favore di nobili e latifondisti inglesi. Tali leggi portarono alla miseria e alla fame migliaia di famiglie.

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