Agricoltura israeliana: un modello sostenibile?

Far fiorire il deserto è un motto biblico1 ripreso negli anni ’50 dagli agricoltori e dagli economisti israeliani, intenti a rendere fertile l’arido territorio dell’entroterra palestinese.

Qual’è il prezzo ecologico pagato da israeliani e palestinesi per questo progetto faraonico?

Campi israeliani

La storia dello sfruttamento agricolo dell’entroterra arido o paludoso della Palestina inizia negli anni ’30: in quest’epoca il Keren Kayemet le Israel (Fondo Nazionale Israeliano), in previsione della fondazione dello Stato d’Israele, acquistò importanti appezzamenti di terreno per darli in gestione alle famiglie ebraiche che in quegli anni iniziavano l’esodo verso la Palestina a causa delle leggi razziali tedesche e italiane.

Le terre, coltivate da palestinesi, erano di proprietà di latifondisti siriani, libanesi e giordani, che le vendettero senza pensare alle conseguenze Braccianti in Israeleche ciò avrebbe comportato.

Con l’istituzione dello Stato di Israele nel 1948, agli israeliani era assegnato un territorio pari al 55% dell’estensione del Governatorato britannico sulla Palestina; ma si trattava in buona parte di zone steppose o desertiche, decisamente poco ospitali e mai messe a coltura prima di allora. E si pose subito il problema delle terre acquistate dal Keret Kayemet sul territorio assegnato alla Palestina. Questo problema venne risolto con le armi, nella prima guerra arabo-israeliana.

L’idea di mettere a coltura terre aride e inospitali risale dunque agli anni ’30 e trova motivazione nell’idea, da parte del Keret Kayemet, di far insediare in Palestina una popolazione doppia o tripla rispetto a quella allora presente2.

Israel AgricultureGli agronomi e gli ingegneri israeliani inventarono la cosiddetta irrigazione a goccia, attraverso la quale negli anni ’50 riuscirono ad implementare la produzione agricola del giovane stato. A partire dalla sua fondazione, infatti, Israele dovette affrontare un duplice problema alimentare: far fronte alla montante immigrazione di ebrei provenienti dall’Europa e dal resto del mondo, e affrontare l’embargo messo in atto dai Paesi Arabi, riguardante naturalmente anche il cibo.

Per irrigare terreni sui quali veniva svolta in precedenza una pastorizia povera o un’agricoltura estensiva dalla rendita molto bassa, in un primo momento gli israeliani sfruttarono le riserve idriche sotterranee presenti sulle coste del Mediterraneo.

Tuttavia già dopo pochi anni tali riserve si erano sostanzialmente esaurite. Insieme alla bonifica delle aree paludose della regione, questo fenomeno comportò l’estinzione di numerose specie autoctone e l’affioramento di sale su terreni precedentemente umidi. L’entità del disastro non venne resa nota prima degli anni ’803.

Le restanti risorse idriche vennero sfruttare fino all’osso. In particolare, vennero utilizzate le acque del fiume Giordano e di altri corsi minori, prima che questi venissero pesantemente inquinati dagli scarti delle industrie chimiche dello stato ebraico. Deviare questi fiumi significò poi impoverire il bacino del Giordano e quindi anche quello del Mar Morto, di cui il Giordano è immissario4.

Si procedette allora con la politica discriminatoria dei pozzi. Gli israeliani, per sfruttare riserve idriche di profondità, scavarono pozzi artesiani profondi anche 500 metri. Al tempo stesso, proibirono alla popolazione palestinese di scavare pozzi oltre i 100 metri nel sottosuolo, e si impegnarono con efficienza affinché questo limite non fosse superato5.Uliveto palestinese

La politica della cannuccia più lunga: per la legge fisica dei vasi comunicanti, chi arriva per primo ad una falda acquifera, risucchia anche quelle adiacenti. Ciò portò alla rovina di migliaia di agricoltori palestinesi, che si trovarono senza riserve idriche per poter irrigare i propri campi.

A partire dagli anni ’70 poi, Israele iniziò ad esportare all’estero importanti quantità di prodotti agricoli. L’economia israeliana, fino ad allora fortemente sostenuta prima dall’URSS e poi dagli USA, doveva iniziare a funzionare oltre la semplice sussistenza.

In un territorio privo di minerali e di materie prime, i governi israeliani videro nei prodotti alimentari (pesca ed agricoltura) le poche risorse di cui potessero disporre per l’esportazione.

Tralasciando il gravissimo problema costituito dalle limitazioni alla pesca imposte ai palestinesi6, ci soffermeremo sui problemi legati all’agricoltura. In questo campo, gli israeliani perseverarono nella politica di colonizzazione del territorio palestinese, politica fondata sul modello dei kibbutz e contraddistinta dall’insensibilità per il destino delle famiglie di contadini palestinesi. Tale politica è spesso sfociata nell’infrazione delle norme di diritto internazionale.

Ma il dramma della colonizzazione rientra nel problema più generale posto dal modello agricolo israeliano, e delle necessità dell’economia israeliana di esportare ingenti quantità di prodotti agricoli.

La regione della Palestina ospita in questo momento circa undici milioni di abitanti7. La crescita demografica dello stato israeliano è superiore all’1,5%, soprattutto in virtù di una forte immigrazione. È difficile invece quantificare la crescita demografica palestinese, ma potrebbe non essere troppo distante da quella israeliana.

La guerra non dichiarata tra israeliani e palestinesi ha assunto i connotati di una guerra demografica, e le politiche israeliane puntano ad una massiccia colonizzazione dei terreni palestinesi con ondate di cittadini di recente immigrazione.

Ma come è stato mostrato, per perseguire questi obiettivi è stato infranto il limite ecologico della regione, e di questo passo è molto probabile che i terreni così intensamente coltivati dagli israeliani finiscano per produrre derrate solo grazie a continue manipolazioni del terreno con concimi chimici.

Dunque l’ecosistema della regione della Palestina è stato duramente manomesso, e i terreni (già adesso macchiati da affioramenti di sale) su cui sono sbocciati i “fiori del deserto”, rischiano di tornare improduttivi nell’arco di pochi decenni. È difficile prevedere con esattezza cosa accadrà a quel punto, ma lo stato di Israele rischia di diventare nel XXI secolo la prima vittima della sovrappopolazione, dell’inquinamento e del brutale asservimento del proprio territorio.

Valerio Cianfrocca

Note:

1=Bibbia, libro di Isaia, capitolo 35/1

2= Negli anni ’30 i censimenti inglesi rilevano una popolazione di circa un milione di individui, con una forte crescita demografica palestinese (quasi il 2% annuo) ma soprattutto ebraica (circa del 10% annuo), soprattutto a causa dell’immigrazione dall’Europa.

3=Fonte: Making the Desert Bloom: Israel’s Environmental Past and Zionist Future, in Presentense.org.

4=Fonte: Wikipedia.

5=Fonte: Fabio Beltrame, Palestina ai Palestinesi, Prospettiva Edizioni, 1997.

6=Ma vale la pena ricordare che la pesca intensiva israeliana ha impoverito notevolmente la fauna ittica delle acque antistanti lo stato israeliano, anche se in una misura difficilmente quantificabile.

7=Circa 7,4 milioni vivono nel territorio amministrato dallo stato di Israele, mentre più di 4,1 milioni sarebbero gli abitanti di ciò che resta del territorio dello stato di Palestina (diviso nei tronconi della Striscia di Gaza e della West Bank).

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. pd valdengo ha detto:

    L’ha ribloggato su .

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